A Pescara il mercatino etnico del flop dal costo di 250mila euro di fondi pubblici

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“Con deliberazione Consiliare n.42 del 10.03.2017 è stato approvato il progetto preliminare per la realizzazione dell’area da destinare a ‘Mercato Etnico e Dell’integrazione’ individuata presso il sottopasso ferroviario in corrispondenza di via Enzo Ferrari e di via Arapietra” si leggeva nel Bando di gara. 

La Giunta comunale di Pescara, all’epoca guidata dal sindaco Marco Alessandrini, approvò, il 5 maggio del 2018, il “progetto definitivo-esecutivo dell’intero intervento per la realizzazione dell’area” in seguito a una Delibera di Giunta Comunale (n. 255) del 21 aprile 2018, in cui istituì il “Mercato Etnico e dell’Integrazione”.




La Giunta di centrosinistra spiegò di essere stata animata all’epoca da quello spirito di “Cooperazione Territoriale Europea” voluto dalla UE e che “si esplica nell’inclusione di attività artigianali e commerciali dei Paesi membri della Cooperazione attraverso percorsi di integrazione socio-culturali nel tessuto socio-economico cittadino anche con l’istituzione del presente mercato, ancorché in prima battuta sperimentale, con la forma di ‘mercato etnico’ allo scopo di evitare casi di esercizio abusivo del commercio su area pubblica”. 

Una decisione che risultava alquanto discutibile visto che gli ambulanti avrebbero dovuto svolgere la loro attività “nel sottopasso ferroviario”. Quale integrazione poteva essere realizzata in un sottopasso ferroviario dislocato, tra l’altro, in una zona poco frequentata e per nulla appetibile dal punto di vista commerciale?

Dubbi che però non scossero per nulla la determinazione della Giunta tanto che il sindaco Alessandrini dichiarò: Con il mercato etnico e dell’integrazione noi vogliamo ristabilire il rispetto delle regole, lì e altrove in città. Questo, in relazione ad un’esigenza di inclusione legata ad un mercato che sarà regolato, controllato e aperto a tutte le nazionalità, senza distinzione di razza, sesso e religione, convinti come siamo che di questi tempi e per lavorare davvero per un futuro migliore, sia sempre meglio fare ponti che innalzare muri. Facciamo tutto questo perché non si ripetano altri 20 anni di abusi visibili e saremo implacabili per il rispetto delle norme perché i diritti di tutti siano rispettati”.

Insomma, l’attenzione venne spostata sul terreno dell’integrazione con un pizzico di polemica verso i soliti “razzisti” che si opponevano alla realizzazione del “ghetto”.

Un’attenzione che, giustamente, doveva essere spostata altrove perché un’altra questione, oltre quella della localizzazione del mercato, poteva creare imbarazzo ai vertici delle istituzioni locali e regionali. Ad esempio quella della cifra (pubblica) destinata al progetto. Il Comune, infatti, stanziò ben 250 mila euro di fondi pubblici per la realizzazione del mercato. Fondi che si andarono ad aggiungere ai 50mila euro dei fondi Par-Fsc  per gli ‘sfrattati’ dei mercatini nel tunnel della stazione. Come se non bastasse, però, un altro aspetto della vicenda doveva essere “nascosta” all’opinione pubblica, ovvero quella sollevata da Confcommercio che, ricordò, “che l’articolo 28 della legge regionale che regolamenta la materia cita testualmente al comma 1 che ‘I Comuni non possono procedere all’istituzione di nuovi mercati e fiere se non previo riordino, riqualificazione, potenziamento o ammodernamento di quelli già esistenti, compreso il loro potenziamento dimensionale, in presenza di idonee aree”.

In sostanza il Comune, avrebbe agito contro la legge. Non si capisce, infine, come si sia potuto avviare i lavori in un’area proprietà del demanio senza, inoltre, che sia stato mai presentato nel Piano regolatore del Comune. 

Oggi, a quasi 5 mesi dall’apertura, il mercatino multietnico chiude. Il tunnel è sempre vuoto, se non per un paio di commercianti. Gli altri si erano da tempo spostati lungomare e nel centro cittadino. 

Un bel flop a spese dei cittadini.

di Antonio Del Furbo

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