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Sono passati sei anni dalla buia vicenda di cui è stato protagonista il giornalista abruzzese Marco Patricelli. Sei lunghi anni per accertare la verità e ridare dignità ad un uomo.

di Antonio Del Furbo

In questa storia, triste storia, ci sono tutti i protagonisti di un film: un giornalista che scrive articoli d’inchiesta, un procuratore della Repubblica, vigili, carabinieri e persino un questore. Peccato che la storia accaduta non è un film ma un fatto realmente accaduto.

Tutto succede a Pescara. Succede, appunto, che un giornalista de Il Tempo, venuto in possesso di alcuni documenti, non fa altro che pubblicarli. Tali documenti raccontano di un fatto molto singolare ovvero che un questore, quello di Pescara Paolo Passamonti, viene multato da alcuni vigili. Passamonti aveva parcheggiato la sua auto in divieto di sosta e in un punto particolarmente delicato per la circolazione cittadina al punto da essere rimossa con un carroattrezzi. Quindi l’auto viene consegnata presso la locale stazione dei vigili urbani. 

Fin qui tutto chiaro. Ma è successivamente che le cose si complicano.

Passamonti riferì in quella circostanza che si trovava impegnato in un servizio e che quindi stava lavorando. La regolare procedura, a questo punto, avrebbe imposto che sia la multa sia la ricevuta di pagamento del carroattrezzi sarebbero dovute essere annullate. Ma non fu così.

Sul registro falsificato, come abbiamo già raccontato, fu riportato il cognome del vigile Claudio Di Sabatino per una mansione, quella della riconsegna della Mercedes di Passamonti, che non fu mai svolta da lui. Di Sabatino trovò nel suo armadietto di lavoro una fotocopia del verbale della multa fatta al questore e una fotocopia del registro dove venivano annotate le targhe delle auto rimosse. Stranamente, nella riga corrispondente alla Mercedes di Passamonti, non furono indicati due dati significativi che, per legge, dovevano essere riportati: cifra della multa codice dell’avvenuta riconsegna. 

Di Sabatino e Volpe si rivolsero, per un consiglio, all’ex comandante dei vigili di Pescara, Ernesto Grippo, che, dopo aver preparato la denuncia, la consegnò ai due vigili che la presentarono prima alla guardia di finanza e poi ai carabinieri. Entrambe le forze, a quanto pare, si rifiutarono di accogliere la denuncia e, quindi, di aprire un’inchiesta su Passamonti.

Patricelli pubblica il primo di alcuni articoli che mettono in evidenza le stranezze di quella storia. Appena dopo l’articolo il giornalista si trovò in casa e in redazione i carabinieri con un decreto di perquisizione. Un’azione assolutamente non consentita ma che la procura di Pescara ordinò.

Perché?

Eppure la Corte di Strasburgo, che si pronunciò con la sentenza Roemen del 25 febbraio 2003 fissò che le perquisizioni nelle redazioni e negli uffici dei giornalisti, persino in quelli dei loro avvocati, sono negate al fine di tutelare le fonti.

“La libertà d’espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica, e le garanzie da concedere alla stampa rivestono un’importanza particolare. La protezione delle fonti giornalistiche è uno dei pilastri della libertà di stampa. L’assenza di una tale protezione potrebbe dissuadere le fonti giornalistiche dall’aiutare la stampa a informare il pubblico su questioni d’interesse generale. Di conseguenza, la stampa potrebbe essere meno in grado di svolgere il suo ruolo indispensabile di ‘cane da guardia’ e il suo atteggiamento nel fornire informazioni precise e affidabili potrebbe risultare ridotto”. 

La sentenza fu emessa partendo da un caso del 21 luglio 1998, quando Robert Roemen pubblicò un articolo intitolato “Minister W. der Steuerhinterziehung überführt” (“Il ministro W. accusato di frode fiscale”) sul quotidiano Lëtzëbuerger Journal”.

Il giornalista sostenne che il ministro aveva infranto il settimo, l’ottavo e il nono comandamento con frodi riguardanti l’IVA e osservava che ci si sarebbe potuti aspettare che un uomo politico di destra prendesse più sul serio i principi elaborati con tanta cura da Mosè. Precisava che il ministro era stato oggetto di una sanzione fiscale di 100.000 franchi lussemburghesi. Concludeva che un tale atteggiamento era ancor più vergognoso poiché proveniente da una personalità che doveva servire da esempio”. La reazione del ministro era scattata sul fronte amministrativo e penale. Così i giudici avevano ordinato di perquisire gli studi e gli uffici del giornalista e dell’avvocato alla ricerca di indizi  tali da portare gli inquirenti alla identificazione delle “gole profonde” annidate nell’amministrazione finanziaria del Granducato.

In quella occasione la Corte giudicò “delle perquisizioni aventi per oggetto di scoprire la fonte di un giornalista costituiscono – anche se restano senza risultato – un’azione più grave dell’intimazione di divulgare l’identità della fonte”.

E nel caso di Patricelli, a quanto pare, è successo la stessa cosa al punto che sulla questione intervennero anche il sindacato e l’Ordine dei giornalisti:

“È veramente singolare che si sottoponga a perquisizione la redazione de Il Tempo di Pescara in base ad un decreto che prevede anche la perquisizione domiciliare del giornalista Marco Patricelli che, sul giornale, da diversi giorni, sta pubblicando la vicenda relativa alla rimozione dell’auto privata, una Mercedes, del questore di Pescara e del mancato pagamento della relativa sanzione preliminare alla riconsegna della vettura stessa. Nel decreto, a firma del procuratore della Repubblica di Pescara e di un suo sostituto, si parla di acquisizione di prove per presunta violazione del segreto istruttorio. La magistratura inquirente sa bene chi è il custode del segreto istruttorio. La risposta è una sola: i magistrati e gli addetti alle indagini. I giornalisti hanno un dovere prioritario: cercare e pubblicare le notizie. Non si puo’ loro chiedere di nasconderle, di ignorarle. Dovere inderogabile dei giornalisti è quello della tutela delle fonti, ne va della loro professione e del diritto dei cittadini di essere correttamente e completamente informati su tutto”.

Dopo essere stato querelato da Passamonti, per il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma, Patricelli non diffamò il questore e, quindi, ha archiviato il procedimento per diffamazione.

“Ho già dato mandato ai miei legali – ha detto Patricelli – di valutare gli estremi della querela temeraria e di agire per il risarcimento del danno, considerando che l’iscrizione sul registro degli indagati mi ha cagionato una grave ricaduta negativa tanto sull’attività professionale giornalistica quanto su quella accademica di storico, con pubblicazioni rilevanti in Italia e all’estero. Sono certo che la Procura di Pescara, attentissima a ogni sfumatura, (evocò persino un Regio Decreto del 1904), saprà ben valutare i fatti, con equilibrio e serenità”.

E ora, nei confronti di chi ha disposto quel provvedimento di perquisizione domiciliare nonostante fossero vietate dalla Corte di Strasburgo e confermate dalla Cassazione per violazione dei diritti dell’uomo, ci sarà una sanzione oppure si farà finta di nulla?

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