Governo e incarichi: che fine faranno le poltrone?
Governo e incarichi: che fine faranno le poltrone?
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Certo è che con la caduta del governo Draghi in molti hanno dovuto interrompere i sogni per il futuro. Aria pesante non solo in politica ma anche nelle partecipate.

Governo e incarichi. Fra marzo e aprile 2023 si assegnano un centinaio di posti di comando e di consiglio in una ventina di società a controllo statale. Nel gruppo ci sono cinque multinazionali quotate in Borsa che determinano la politica industriale e le relazioni diplomatiche del Paese. In ordine di valori di capitalizzazione in Piazza Affari: Enel, Eni, Terna, Poste, Leonardo, cioè energia, risparmi, comunicazioni, infrastrutture, armamenti, aerospazio.

La caduta di Draghi oltre al cambio di uomini crea ma confusione, agitazione: panico.

Soprattutto perché assieme a Draghi, se ci sarà la svolta a destra, cadono i riferimenti classici del potere: quelli del Pd ad esempio. Che dal 13 novembre 2011, con il giuramento di Mario Monti e suoi ministri, ha governato sempre tranne una pausa di quattordici mesi col Conte I.

Draghi ha adoperato uno stile impolitico o non politico per le nomine che ha affrontato: niente consultazioni di maggioranza, niente interferenze per gli amministratori, ampio sfogo ai partiti con le poltrone più leggere nei consigli. Chiunque entrerà Palazzo Chigi avrà un piglio diverso. Perciò l’addio di Draghi invalida le sicurezze di chi ha nominato e non unicamente le speranze di chi attendeva di essere nominato o rinominato.

Rai e proiezioni

Per capire come stanno andando le cose basta guardare l’informazione Rai. L’azienda pubblica è spesso la fedele proiezione di ciò che sta per accadere nel Paese. È una prima visione.

La campagna elettorale è già iniziata e nel servizio pubblico ognuno indossa la propria uniforme. Dove ci si aspetta che Giorgia Meloni possa esibirsi nei suoi comizi, state certi si esibirà. Gli indizi sono freschi. Lo stesso succede per Matteo Salvini, Enrico Letta, Matteo Renzi eccetera.

Con Giorgia ci sarà più premura, è palese, è la favorita dai sondaggi. E infatti da circa un anno Fratelli d’Italia non è più il partito paria per Viale Mazzini. L’altro giorno, durante la diretta su Rainews, s’è persino udita una leggera critica a Draghi. È il rumore delle urne che si avvicinano.

La questione, però è che l’amministratore delegato Carlo Fuortes e la presidente Marinella Soldi sono forestieri per la destra, li ha indicati Draghi, li ha sostenuti una maggioranza deceduta. Un anno fa.

A volte s’è discussa l’opportunità di estendere l’incarico di amministratore delegato a cinque, almeno quattro, non più gli attuali tre anni. In Italia tre anni sono un tempo infinito e non lineare. È raro che il capo di Viale Mazzini abbia lo stesso presidente del Consiglio per tre anni. Dal 1992 si sono susseguiti 17 governi. L’emergenza politica è l’emergenza più rassicurante che ci possiamo permettere. Arriva puntuale. All’incirca ogni 13/14 mesi.

I rapporti di forza nelle aziende di Stato diciamo non culturali sono diversi. 

Claudio Descalzi guida Eni dal 2014. Questo è il suo periodo migliore. Il processo sui giacimenti in Nigeria s’è fermato con una assoluzione. Palazzo Chigi si è appoggiato a Eni per sottrarsi alla dipendenza di gas russo. Descalzi ha introdotto i ministri. Ha elaborato e firmato accordi. Con Draghi al governo la conferma era automatica. Non è in bilico, però, neanche senza.

Aumentano un po’ le probabilità di restare per Francesco Starace (Enel), anch’egli al vertice da otto anni. Con Palazzo Chigi c’erano stati attriti alla vigilia della guerra russa in Ucraina proprio per una videoconferenza con Vladimir Putin. Draghi aveva ordinato di disertare, Starace partecipò. Gli assetti di Leonardo con Alessandro Profumo (comunque in uscita), di Poste con Matteo Del Fante, di Terna con Stefano Donnarumma riflettono gli equilibri del governo giallorosso Conte II.

Vedremo.

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