Michele Sciscioli (senza Curriculum), fedelissimo di Giorgetti a capo del dipartimento Sport

Il 31 marzo scorso hanno dato via libera con il decreto firmato da Roberto Garofoli alla nomina del nuovo capo del dipartimento dello sport: si tratta del dott. Michele Sciscioli. E con un curriculum molto scarno.

Sul curriculum di Michele Sciscioli c’è scritto che è nato nel 1980, si è laureato in scienze politiche alla statale di Milano e nel 2006 ha fatto un “Master in international affairs” ma non si sa dove. Nel curriculum manca il dettaglio che farebbe capire perché il dottor Michele Sciscioli, già a palazzo Chigi capo del dipartimento dello Sport con il primo governo di Giuseppe Conte, abbia ripreso possesso della medesima poltrona già occupata tre anni fa. Il dettaglio si chiama Giancarlo Giorgetti. Sciscioli, scrive Repubblica, è uomo molto vicino al numero due della Lega salviniana.

Il dipartimento dello Sport da 278 milioni di euro

Tra l’altro il dipartimento dello sport di palazzo Chigi tiene sotto controllo uno scenario politicamente strategico, perché offre opportunità di relazioni e possibilità di raccogliere consenso senza pari. Da quelle part nel solo 2021 passeranno ben 278 milioni, più del doppio dei 135 milioni dello scorso anno. Per una roba simile servirebbero persone di competenza e prestigio. Ma Sciscioli non viene dalla pubblica amministrazione, non ha fatto un concorso per ritrovarsi ai vertici di palazzo Chigi. Viene invece dalla Sogin, la società che a costi astronomici non riesce a smaltire le scorie nucleari nei tempi promessi e da decenni non è esattamente un esempio di buona gestione. Sciscioli faceva base a Mosca, dove la Sogin aveva aperto una sede per onorare l’accordo fra Berlusconi e Putin sullo smantellamento dei sottomarini nucleari vetusti. Una sede faraonica inaugurata con una festa costata 400 mila euro. Non si capisce il motivo per il quale un giovane esperto di affari nucleari in Russia arrivato alla corte leghista di Giorgetti viene piazzato proprio a capo dello sport.

Marcello Fiori e Giovanni Panebianco

Sono cose che succedono queste. Come nel caso di Marcello Fiori, ex dirigente dell’Acea ed ex braccio destro di Guido Bertolaso che Berlusconi aveva messo a capo dei club Forza Silvio, anch’egli piovuto a palazzo Chigi senza concorso e ora messo a capo del dipartimento della Pubblica amministrazione.

Giovanni Panebianco, ex finanziere, si è ritrovato nei ruoli dirigenziali di palazzo Chigi: dirigente di seconda fascia. Fra il 2008 e il 2010, c’è scritto nel curriculum, “ha coordinato la ricognizione dei procedimenti dei Grandi eventi (150 anni unità d’Italia, Mondiali di nuoto, presidenza italiana del G7)”. Lì la sua strada si intreccia anche con quella di Marcello Fiori: sono gli anni in cui il dominus dei Grandi eventi è appunto il gran capo della Protezione civile Bertolaso. E poi c’è Vincenzo Spatafora amico dell’ex potentissimo capo del consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci.

Spatafora a 32 anni è capo della segreteria del ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. A 37 i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, lo nominano Garante dell’infanzia. Poi, la folgorazione di Beppe Grillo. E nel 2018 eccolo sottosegretario alla presidenza con Giuseppe Conte uno. Il piazzamento dell’amico Panebianco al posto di segretario generale dei Beni culturali è semplicissimo: il ministro Alberto Bonisoli non fa una piega. Ma ben presto al ministero torna Dario Franceschini e Panebianco deve andare via. Invece Spadafora rimane a palazzo Chigi. Cambia solo stanza traslocando in quella di ministro dei Giovani e dello Sport, e si porta Panebianco come capo di gabinetto. Ed è qui che viene un problema.

Nel frattempo, a novembre 2020, Panebianco viene promosso a dirigente generale con un incarico al Dipartimento dello sport. Che è incompatibile con la funzione di capo di gabinetto. In poche parole, un dirigente operativo non può fare contemporaneamente il capo di gabinetto di un ministro. Ma Panebianco può.  

La nota del magistrato contabile Luisa D’Evoli

La Corte dei conti ha registrato la promozione dirigenziale di Panebianco sulla base di quanto dichiarato dal Dipartimento che dipende dal ministro del quale Panebianco. E secondo cui non c’è alcuna incompatibilità anche perché l’incarico politico è gratuito. “Resta inteso che le peculiarità del caso”, conclude Luisa D’Evoli, “escludono che la fattispecie in questione possa costituire per il futuro paradigma per consentire deroghe al principio di separazione” fra incarichi politici e amministrativi. E nel governo Draghi la cosa si ripete immediatamente. Spadafora non è più ministro, ma il dirigente generale Panebianco non ha perso il suo incarico di natura politica. Attualmente è capo di gabinetto della ministra grillina per le Politiche giovanili Fabiana Dadone.  

A palazzo Chigi i dirigenti sono 305. Un centinaio di prima fascia. Poi però ci sono gli esterni. Sotto il livello dirigenziale c’è un numero imprecisato di persone, fra circa 1.700 dipendenti di ruolo a tempo indeterminato, centinaia di collaboratori e consulenti vari e uno stuolo di distaccati e comandati da fuori semplicemente spettacolare: secondo il conto annuale della presidenza sarebbero oltre 1.500. Per non parlare degli uffici di diretta collaborazione di ministri e sottosegretari. Impressionante il costo di un simile abnorme apparato. Le spese correnti della presidenza del Consiglio per il 2021 sono previste in quasi due miliardi. Un miliardo 892 milioni 469.750 euro, per l’esattezza. Il 32,3 per cento in più rispetto al 2020.  

Di Antonio

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