Toga in tribunale

Pop Bari: un giudice “sapeva” e il Csm ignorava

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A proposito della vicenda Banca Popolare di Bari e, più in particolare, quella legata ai conti correnti del Csm nella banca in fallimento. Un aspetto m’incuriosisce molto: possibile che nessun magistrato si era accorto in che stato si trovava la Pop Bari?

Nel 2016 un giudice del Tribunale di Roma di misure di prevenzione antimafia, sequestro e confisca di patrimoni illeciti, in una lettera a Repubblica scriveva: In ognuno di questi processi abbiamo sempre trovato un grosso mutuo, un finanziamento o un prestito concesso da istituti bancari. Prestiti spesso concessi in evidente malafede, senza le garanzie minime, in situazioni in cui nessun cittadino ‘normale’ avrebbe avuto accesso al credito”

Il giudice, che evidentemente conosceva bene l’argomento, scavava ancora più a fondo: “Una mole di attività bancaria svolta chiaramente facendo affari spregiudicati, prestando denaro a chi non dava nessuna garanzia, se non quella di entrate illecite. Negando, invece, i prestiti a chi non aveva garanzie fantasmagoriche, come ha potuto constatare chiunque, da persona comune, abbia chiesto un finanziamento o un mutuo in questi anni. E, si badi, questo non da parte delle sole banche di serie B o di provincia”.

Dunque, una magistratura che sapeva, che sa, cosa accade in certi ambienti. Non in tutti, ovvio. Un potere giudiziario che ha mezzi e uomini per arrivare dove noi risparmiatori non possiamo. E su Pop Bari, con le dovute distinzioni, non c’era un magistrato che sapesse delle reali condizioni della banca? Per il Csm era tutto normale al punto da continuare a tenere il conto aperto in una banca che stava per fallire?

“Non sono in condizione di fare un’analisi statistica o completa, ma poche banche mi sono parse estranee a questo modo spregiudicato e rischioso di fare impresa. Ora che la situazione economica è più difficile si scopre che i crediti di molte banche sono in sofferenza, non sono garantiti e si prende in considerazione di risolvere il grave pericolo insito nel fallimento di queste imprese mettendo denaro pubblico.

Quando si guadagna ci si ricorda di essere un’impresa, quando si perde si socializzano le perdite. Non può funzionare così. Il fallimento di una banca è senza dubbio un rischio grosso per l’economia di un territorio o anche dell’intero paese, se la banca è grande. È ragionevole impedire che ciò accada. Ma non a qualsiasi costo e non regalando, sostanzialmente, il denaro ad un’impresa, anche se si trattasse di denaro dell’Europa o parzialmente dello stesso sistema bancario. Perché il patto sociale regga, investire denaro pubblico non può essere un regalo. Se una banca non ce la fa con le sue forze si nazionalizza, si risana e si rivende. Questo ha un senso per la collettività. E non è una bestemmia anticapitalista e antimoderna più di quanto non lo sia regalare denaro pubblico ad un imprenditore, che per di più ha dimostrato di farne cattivo uso”.

Un sistema bancario italiano molto chiaro. E se lo dice un giudice, forse, c’è da fidarsi. Strano che il Csm su Pop Bari non sapesse nulla.

di Antonio Del Furbo

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