Senza lavoro e malati: Michele e la moglie costretti a vivere in auto. "Il Rdc ci basta 11 giorni"

“Natale e Capodanno li abbiamo passati in auto io e mia moglie cercando di riscaldarci sotto coperte e giubbini. Il cenone lo abbiamo fatto con un panino con la mortadella”. 

Michele D’Andrea, 58 anni, di Camposano, provincia di Napoli, si racconta al Riformista. L’ultimo mese e mezzo per lui e la moglie è stato drammatico. Sono costretti a vivere in auto perché non sanno dove andare.

Siamo entrambi malati e in grande difficoltà”.

Michele racconta che il primo dicembre hanno avuto uno sfratto esecutivo dalla casa che avevano in fitto. Lui è un ex camionista che ha dovuto lasciare il lavoro perché diabetico. “Mi accorgevo che i colpi di sonno che mi venivano per il diabete mi rendevano pericoloso alla guida per me stesso e per gli altri – racconta – Per questo motivo ho deciso di lasciare. Ho lavorato tanti anni ma alla fine di pensione in tasca non è arrivato nulla. Mia moglie ha una pensioncina di invaliditàma quei soldi a stento bastano per comprare le medicine che le servono”.

Reddito di cittadinanza: “mi è bastato 11 giorni vivendo in auto”

Così Michele e sua moglie si arrangiano con il reddito di cittadinanza che però non basta come garanzia per un nuovo affittuario e il budget a loro disposizione è comunque molto basso. I due coniugi sono finiti così a vivere in strada. “Accostiamo l’auto nel piazzale del campo sportivo dove c’è una fontanella. Così possiamo bere e lavarci durante la notte così nessuno ci vede. L’acqua è gelida e il freddo della notte è insopportabile. Durante la notte quando mia moglie deve andare in bagno comincio a girare in cerca di un bar aperto che ci faccia la cortesia di farci usare il bagno. Poi di giorno restiamo in giro e magari qualche amico ci dà una mano offrendoci cibo e qualche aiuto. Stando in macchina il reddito di cittadinanza mi è bastato 11 giorni”.

Coniugi malati

“Io e mia moglie siamo malati – continua il racconto Michele – Io sono diabetico e da ragazzo ho perso il pollice della mano destra in un incidente e i reni mi funzionano poco. Mia moglie ha una trombosi polmonare e deve tenere sempre il cuore sotto controllo. L’anno scorso a novembre avrebbe dovuto operarsi. Aspettavamo l’ok dei medici di Napoli, quando l’ha avuto ci è arrivato lo sfratto. Non può operarsi ora senza una casa dove poter andare a riposare e riprendersi”.

Michele D’Andrea ha chiesto aiuto al Comune di Camposano.

“Mi hanno detto che non ci sono le risorse per poterci aiutare. Ci hanno detto di far operare mia moglie che poi l’avrebbero portata alla Caritas. Ma non è una buona soluzione perché mia moglie ha bisogno di assistenza e in tempi di pandemia non so chi entra ed esce da lì”. Michele è amareggiato: non ha potuto contare sull’aiuto della famiglia che gli ha voltato le spalle, l’ultima speranza era il supporto del Comune. “Mi hanno detto che non potevano fare nulla per me perché le case popolari non ce ne sono e nemmeno risorse – continua il racconto Michele – Non sono riuscito ad avere nemmeno qualche buono pasto per mangiare” .

Il tetto

Solo ieri sera Michele e sua moglie hanno finalmente dormito sotto un tetto vero dopo tanto tempo. “Un mio amico Michele Giugliano e suo figlio Antonio, due persone davvero di cuore ci hanno fatto ospitare in una pensioncina. È mio amico, lo ha fatto per aiutarmi. Io non volevo accettare perché ne ho vergogna. Lo ringrazio davvero di cuore”.

Michele D’Andrea racconta anche che negli ultimi giorni il Comune si è maggiormente attivato per dargli una mano. “Da poche ore all’improvviso mi chiamano spesso per propormi varie case – racconta ancora – Poi capita anche che i padroni delle case che potrei permettermi in questo momento hanno il covid e quindi la ricerca è sempre più difficile”. Michele non ha ancora avuto nessuna proposta di lavoro nemmeno dal collocamento perché gli hanno detto che la pandemia ha bloccato molte attività. 

Di Antonio

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