Si possono finalmente ‘spedire’ a casa anche i dipendenti pubblici. E qualcuno si arrabbia

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Guai a toccarli. Ancor peggio a mettere in discussione qualche loro diritto. Avanguardisti e pensatori del buon senso potrebbero finire sotto il fuoco incrociato di sindacati e pseudo difensori dei diritti (ma non si da di chi).

La polemica oggi, manco a dirlo, è tutta per la mossa del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, che ha voluto una legge in cui l’articolo 18 cade anche per i dipendenti pubblici. Gravissimo.

Come si è permesso il governo Renzi di trattare dipendenti pubblici e privati nella stessa maniera? Gravissimo.

Non c’è da preoccuparsi, comunque, anche perché quelli che non possono essere rimossi nemmeno con un eventuale attacco chimico sono professori, magistrati e militari. Per tutti gli altri? Per tutti gli altri le cose cambiano.

Se un dipendente pubblico sbaglia se ne può tornare a casa senza possibilità di reintegro. A confermarlo è la Cassazione. I giudici, con una sentenza, hanno confermato che l’articolo 18 si applica anche agli statali in seguito alle modifiche apportate nei Decreti del Jobs Act. Nello specifico, però, lo stesso Jobs Act non fa nessun distinguo tra dipendenti pubblici e privati, equiparandoli così allo stesso trattamento. 

Sempre i giudici, però, spiegano che il licenziamento trova applicazione in un altro testo, la cosiddetta Legge Fornero. Ciò vuol dire che tutti i dipendenti pubblici assunti dopo il 7 marzo 2015 possono essere licenziati senza possibilità di reintegrazione. 

Su questa faccenda il governo, ma soprattutto la Madia, sembra essere un po’ timido. 

Avranno pure paura di scontentare i sindacati e quei milioni di privilegiati alle dipendenze dello Stato ma è pur vero che il sindacato Anief (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori) ha ricordato che nei procedimenti disciplinari, solo nel 3% dei casi si è arrivati al licenziamento del dipendente: in 3 casi su 4 si procede alla sanzione minima o all’archiviazione.

“Vale la pena ricordare che i 220 licenziamenti effettuati riguardano una platea complessiva che supera 3,2 milioni di lavoratori pubblici: quindi stiamo parlando, sempre per sfatare un altro luogo comune sui lavoratori statali, dello 0,0001% di licenziati per motivi disciplinari. Certo, è vero che un procedimento su quattro (1.400 su 6.900) si conclude con sospensioni dal servizio, ma è pur vero che nel 75% dei casi la sanzione irrogata non è grave, rientrando nel semplice richiamo o nella multa. Davvero alto, invece, è il numero delle archiviazioni. Solo in pochi casi, invece, l’iter viene ‘congelato’ in attesa dell’esito del provvedimento giudiziario”.

Con buona pace di sindacati.

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