Fabrizio Di Stefano e la macchina del fango

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Fabrizio Di Stefano sulla propria pagina facebook, all’indomani dello “scontro” con Mario Sechi traccia la sua linea “difensiva”. I nostri dubbi e perplessità.

La scorsa settimana abbiamo pubblicato la versione integrale dello “scontro politico” avvenuto tra il senatore abruzzese Fabrizio Di Stefano e il direttore del quotidiano nazionale “Il Tempo”, Mario Sechi, estrapolato da un convegno promosso dal governatore abruzzese Gianni Chiodi. Ovviamente intorno a questa nostra decisione di pubblicare il filmato si è scatenato un bel po’ di caos politico e, passateci il termine, gossipparo. Il video ha fatto il giro del web e ha contribuito a fornire un quadro della politica abruzzese più chiaro e delineato e delle condizioni critiche in cui versa il Pdl regionale. Ai nostri occhi la coalizione è apparsa in forte crisi con al suo interno potenti correnti rivoluzionari che la stanno per far esplodere. Chi ha avuto la pazienza di vedere i tredici minuti del nostro reportage difficilmente divergerà con la nostra opinione visto che la sala fischiava nel momento in cui il senatore Di Stefano prendeva la parola e applaudiva alle tesi di Mario Sechi.   

Pare però, leggendo i post presenti sulla pagina facebook del senatore Di Stefano, che la nostra opinione non sia condivisa in primis dallo stesso senatore e, in secondo luogo, da molti dei suoi amici della rete. Leggendo la sua bacheca intuiamo che Di Stefano non abbia avuto modo di vedere il filmato del nostro reportage in quanto lui stesso ha scritto:”Mi dicono che su alcuni siti in queste ore è stato rilanciato il mio “tentativo” d’intervento durante il convegno svoltosi a Lanciano con il Presidente Chiodi lo scorso venerdì”. Questo elemento a nostro avviso non è di poco conto perché lo stesso senatore non essendosi rivisto non ha potuto cogliere fino in fondo l’oggetto del contraddittorio tra lui e Sechi. “Non appena nominato il suo editore, è scattato su tutte le furie…” aggiunge Di Stefano che però non è esattamente così come si evince dalle immagini. In realtà il direttore già prima dell’intervento di Di Stefano aveva fatto un’analisi impietosa della situazione politica generale non risparmiando nessun partito dell’arco costituzionale. A Di Stefano sfugge la gravità dell’accusa fatta a Sechi quando allude ad una sorta di “dipendenza” diretta con il suo editore ribadito anche sul profilo facebook:”Ciò che lo ha fatto imbufalire, infatti, è stato l’aver nominato il suo attuale editore, Domenico Bonifaci , colui cioè che oggi gli elargisce un lauto stipendio”. E ancora:”Bonifaci però poi è la stessa persona che nel 1997 ha dato un contributo all’allora PDS di 2 miliardi delle vecchie lire (e Sechi viene a farci le lezioni sui finanziamenti ai partiti……….) Ed è poi lo stesso Bonifaci che nel 2002 fu coinvolto nell’affare della maxi tangente Enimont ed alla fine gli convenne patteggiare, riconoscendo il reato”. Come direbbe Di Pietro: che c’azzecca? Potremmo dire che Sechi è di fatto filo-comunista o filo-Pd perché Bonifaci nel 1997 diede 2 miliardi al Pds? Non ci sembra proprio. Durante il “dibattito” Sechi dichiara apertamente di essere un liberale ma noi non dimentichiamo assolutamente la linea difensiva portata avanti dal 2010, anno in cui arrivò alla direzione del Tempo, nei confronti del suo paladino politico Silvio Berlusconi. Tra l’altro, lo stesso onorevole dichiara di essere un fedele lettore del quotidiano, ciò significa che riconosce alla testata autorevolezza e condivisione editoriale. Abbiamo forse dimenticato le ospitate di Sechi a “Porta a porta” e a “Linea notte” con tanto di penna big e libricino degli appunti a costruire teoremi politici e analisi editoriali dove il vincente era sempre Silvio? Noi assolutamente no. All’opinione pubblica se fosse stato detto che negli anni ’80 fu confezionato un dossier dall’allora proprietà rappresentata da Gianni Letta nei confronti dei giornalisti magari la stessa opinione pubblica si sarebbe indignata (ma siamo in Italia e lungi dagli italiani indignarsi per qualcosa che vada al di fuori del calcio). Evidentemente su questi punti si hanno sensibilità diverse. Il punto resta questo: può un giornalista esprimere forti critiche nei confronti di un progetto politico? Secondo noi sì e il destinatario di tali critiche dovrebbe rispondere nel merito ed aprirsi ad un dibattito sereno senza infangare “l’avversario” per redimersi dai propri peccati. A nostro modo di vedere Di Stefano bene avrebbe fatto a non intervenire e, se proprio ne sentiva il dovere, si sarebbe dovuto concentrare su questioni prettamente politiche e non avventurarsi su terreni a lui sconosciuti. Il panorama informativo nazionale è molto diverso da quello locale e stupisce che Di Stefano non abbia colto la differenza. In Abruzzo basta alzare la voce nei confronti dei “camerieri delle cliniche” e tutto si mette a tacere. Nel resto del mondo non è così però.

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