La vicenda covid di Maurizio Acerbo: "comunista anche nelle cure"

Il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo, è stato ricoverato per covid 24 giorni.

È rimasto attaccato all’ossigeno per 10 giorni. Ieri per la prima volta un tampone l’ha trovato negativo.

Maurizio Acerbo racconta la sua vicenda a Repubblica. Si è detto fortunato Acerbo: “Ho avuto subito una crisi forte, svegliandomi all’alba con la febbre a 39, in mattinata ho preso la tachipirina ma a mezzogiorno era ancora a 38,8. Stavo malissimo, con un tremore indescrivibile, tosse e problemi respiratori. Tutto insieme. A quel punto mia moglie ha spruzzato del profumo sullo scottex, ma tanto, me lo ha messo al naso: non sentivo nulla. Zero odore. Allora ha chiamato il 118. Sono arrivati, in ospedale hanno fatto tutti gli esami relativi. Tra i quali la coagulazione del sangue, avevo il D-dimero molto alto, insomma poteva venirmi una trombosi. A marzo o ad aprile i medici non avevano ancora capito che era una conseguenza del Covid, lo hanno scoperto facendo le autopsie, in tanti erano morti per questo effetto collaterale”.

In ospedale, prosegue, “dopo i primi giorni di terapia ho avuto un nuovo picco negativo di febbre. A quel punto hanno provato una terapia sperimentale, il tocilizumab, non è un anti-virale ma agisce sugli anticorpi, e devo dire che ha funzionato. Dopo due giorni hanno ricominciato a scendere sia la febbre che gli indice dell’infezione”.

Nell’ospedale pubblico, prosegue, ha avuto un’esperienza “Umanamente molto bella. Ho apprezzato profondamente il valore del servizio sanitario nazionale, che è un presidio di umanità e civiltà. Enrico Berlinguer avrebbe detto che la sanità pubblica è un elemento di socialismo: sottoscrivo”.

Poi, racconta, “quando sono stato ricoverato c’erano molti posti letto vuoti nel reparto covid. Il reparto adesso si è già riempito. Nella mia stessa situazione di un mese fa, ma oggi, avrei problemi a farmi ricoverare. Dopodiché ci tengo a dire che c’è una bella differenza tra la suite dell’ospedale San Raffaele e un posto letto nell’ospedale pubblico di Pescara, e sia ben chiaro che mi fido più di dove sono stato, visto che non c’è Alberto Zangrillo”.

La paura più grande era quella “di aver infettato persone di una certa età: mia madre, mia suocera, o i miei compagni. La sera prima del ricovero ero stato ad una iniziativa ad Avezzano“.

E sulla piazza “no mask” di ieri, Maurizio aggiunge: “Di quelle persone in piazza provo quasi una compassione buddista. E poi dico anche questo: Trump fa il superuomo che è guarito, ma ha avuto accesso a farmaci e cure preclusi a chiunque, a causa dell’enorme costo che hanno. Insomma vedo una enormità di messaggi sbagliati, riduttivi e i ‘no mask’ dei piani alti mi preoccupano di più degli sfigati in piazza a Roma. Continuare a soffiare sul fuoco della minimizzazione, con questo spirito anarcoliberista, rischia di portare oltretutto ancora più danni all’economia”.

Di Antonio

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