Lo Stato paga un detenuto che lavora in carcere quasi come un poliziotto

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La legge, voluta dal precedente governo di centrosinistra, oggi è stata e voluta dall’attuale governo a Lega-5stelle.


Il Decreto legislativo del 2 ottobre 2018, riforma l’ordinamento penitenziario in materia di vita detentiva e lavoro penitenziario.

Il lavoro penitenziario – si legge all’articolo 2 – non ha carattere afflittivo ed è remunerato”. L’articolo 3 spiega che “L’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale”.

L’articolo 22 sulla “determinazione della remunerazione” spiega che “per ciascuna categoria di detenuti e internati che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria è stabilita, in relazione alla quantità e qualità del lavoro prestato, in misura pari a due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi.” 

L’articolo 25-ter, inoltre, stabilisce “che l’amministrazione penitenziaria” renda “disponibile a favore dei detenuti” un “servizio di assistenza” per il “conseguimento di prestazioni assistenziali e previdenziali”.

Dunque, come spiega l’onorevole Galeazzo Bignami, “un detenuto che svolge lavori in carcere (pulire i corridoi, imbiancare i muri, ecc.) prende 1.000 euro al mese pagati dallo Stato, cioè da tutti noi”. Mentre “Un agente di polizia penitenziaria appena assunto prende circa 1.300”.

Il risultato è che a chi delinque e va in galera lo Stato paga 1.000 euro per lavori che dovrebbe fare gratis. Se s’indossa una divisa al servizio dello Stato si prende poco più.

Complimenti al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che hanno firmato (e confermato) la legge.

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