MAGISTRATI ARROGANTI: LA LETTERA DI PAOLO GUZZANTI A “IL GIORNALE”

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Signor Direttore, io proprio non la capisco, lei i suoi giornalisti, per questa furia di dare addosso ai magistrati che hanno inquisito, circondato, braccato, addentato e condannato Silvio Berlusconi. L’hanno fatto. E allora? Dice: ma non c’era uno straccio di prova. E allora? Chi ha detto che ci sia bisogno delle prove? Ciò che occorre come condizione necessaria e sufficiente è che il giudice sia convinto.

Signor Direttore, io proprio non la capisco, lei i suoi giornalisti, per questa furia di dare addosso ai magistrati che hanno inquisito, circondato, braccato, addentato e condannato Silvio Berlusconi. L’hanno fatto. E allora? Dice: ma non c’era uno straccio di prova. E allora? Chi ha detto che ci sia bisogno delle prove? Ciò che occorre come condizione necessaria e sufficiente è che il giudice sia convinto. Se è convinto lui, o lei, noi dobbiamo essere felici, e altro non chiedere. Dice: ma i testimoni hanno tutti negato. Ci risiamo: e allora? Questa circostanza indica con chiarezza che i testimoni mentono. Bisogna ficcarsi bene in mente una cosa: la verità, ma anche la realtà (e dunque la fisica, la geometria, la poesia) è chiusa nelle sentenze giudiziarie che costituiscono la biblioteca di tutte le biblioteche, il laboratorio di tutti i laboratori, come già aveva intuito Jorge Luis Borges. 

La realtà, i fatti, i giornalisti, le opinioni, le schede elettorali devono a imparare ad adeguarsi. Il vecchio motto di Maurizio Ferrini «non capisco ma mi adeguo» dovrebbe essere assunto come motto nazionale e vera bandiera della pacificazione. Chi stabilisce quale sia la verità indossa sempre una toga nera e mai un camice bianco.
Dice: ma qui ci troviamo di fronte una verità che non ha niente a che fare con quella sostenuta dalle toghe. E ridagli: e allora? And so what? Et alors? Abbiamo ereditato da Montesquieu la divisione dei poteri? Dunque, applichiamola: è stabilito che il potere sia di stabilire la verità, sia di sopraffare la verità, spetta alle toghe nere e non ai camici bianchi. Dovrebbe essere un punto fermo. Invece diventa un punto debole perché induce a ragionamenti bislacchi: «Si colpisce un uomo che per quasi vent’anni gli italiani hanno scelto come loro rappresentante e leader e ancora oggi nove milioni di questi malnati testardi lo hanno caricato del fardello della rappresentanza». Che razza di obiezione sarebbe? È un discorso eversivo come quello sui testimoni. Se i testimoni raccontano una verità diversa da quella di una sentenza, vuol dire che si devono arrestare i testimoni. 
È un discorso protervo: se gli elettori insistono come un branco di idioti a votare per Berlusconi, bisogna dichiararli inadatti al voto. Le ricordo che un anno fa, circa, questa strada fu genialmente indicata da Eugenio Scalfari ospite delle Invasioni barbariche della Bignardi. Disse che coloro che votano Berlusconi non sono persone degne di considerazione. In Germania si diceva, alcuni decenni fa Untermenschen per riferirsi a gente come i nostri elettori (adesso non ho qui il dizionario e non ricordo bene il significato). E allora, se l’aratro ha scavato il solco, si deve poi accettare la semina: non è che ognuno può fare come gli pare e testimoniare, votare, eleggere in pieno regime di anarchia. 
Anche questo Berlusconi scoraggia con la sua insistenza, anzi con la sua protervia: è irritante che costui, malgrado tutti gli sforzi del miglior illuminismo giuridico, insista a essere determinante. Ma non gli basta mai? Eppure il messaggio è stato chiarissimo: sette anni di galera raramente si danno a un assassino. E lui finge di non capire? Ma allora, e che c…, lo si dichiari ineleggibile. Dice: ci hanno già provato, e si è accertato che invece è eleggibile tanto è vero che l’hanno eletto per vent’anni. Beh, ma che discorso è questo: and so what? Et alors? Ma è possibile che la testardaggine del popolo bue (quello berlusconiano) non si voglia mai arrendere? Siamo davvero alla sedizione? È ora che si dica che farsi eleggere contro il comune sentire del partito della giustizia, è sedizione. Basta con la sedizione. Arrendetevi! (oops, questa la cancelli).
Dice: ma gli hanno dato sette anni con l’accusa di intrattenersi sessualmente in casa sua con donne forse a tassametro, come fa l’ottanta per cento della popolazione maschile secondo le cifre fornite dagli avvocati civilisti. Dice: ma la dirigente della questura sostiene e testimonia che fu lei e soltanto lei a decidere di affidare la marocchina all’ex consigliera regionale, perché non c’erano strutture disponibili ad accoglierla e lei, la dirigente, non se la sentiva di farle passare una notte fra i tagliagole arrestati in questura? 
E allora? And so what? Siamo di nuovo alla sfida contro la verità legalizzata. Se la dirigente insiste, si arresti la dirigente, no? Se piove, si arresti l’ombrellaio. Diceva Stalin: dove c’è uomo, c’è problema. Non più uomo, non più problema. 
Se siamo la culla del diritto, vorrà ben dire che da noi il diritto non è mai uscito dalla culla, o no? Suvvia. Non vede, signor Direttore, che la ricreazione è finita e che l’ordine regna a Milano? È puerile andare contro l’unico potere che conta, l’unico che non si deve mai sfiorare. E dunque prenda nota una buona volta che se l’andamento dei fatti fa a cazzotti con le sentenze, vuol dire che i fatti sono sbagliati. Se i testimoni dicono cose che fanno a pugni con le sentenze, allora vuol dire che i testimoni sono sbagliati (che siano stralciati e puniti). E se gli elettori insistono a non capire, bisogna strappar loro l’eleggibilità del loro eletto e prediletto. 
Il mondo – monsieur le Directeur – va corretto a dovere, almeno alla nostra amara latitudine. E il buon giornalista dovrebbe accompagnare con spirito di servizio quest’opera di correzione: la realtà va ricondotta nel suo naturale alveo giudiziario. La politica deve imparare a tacere. Dice: ma resta il fatto che i giudici hanno creato un gigantesco problema politico ed economico per tutto il Paese minando l’esistenza di un governo da cui milioni di italiani si aspettano che torni il pane a tavola. Questa è una visione plebea che va respinta. Del resto, come disse la famosa regina avviandosi chiacchierando al patibolo: se i cittadini non trovano pane nelle panetterie, troveranno brioche nei bar. È così e non rompano le palle. Grazie dell’ospitalità, che sarà considerata la promessa e la premessa di un operoso ravvedimento.



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