MOLINO ALIMONTI: SENZA SPERANZA

Inchieste

Un tavolo istituzionale presso l’assessorato al lavoro della Regione Abruzzo con l’attuale proprietà, è servito per ridare speranza ai lavoratori dell’azineda ortonese. L’azienda ha però l’intenzione di rimanere in Abruzzo?

Sina Ruzhbi, il 42enne originario di Tirana morto all’interno dello stabilimento Molino Alimonti, nella zona industriale di Ortona il 30 Luglio 2010, probabilmente non si sarebbe mai aspettato che oggi la sua azienda avesse abbandonato al proprio destino i suoi colleghi di lavoro. Insieme a lui forse anche quei sette dipendenti che nel lontano 1989 persero la vita per l’esplosione di un silos nel molino di Villa Maiella di Guardiagrele. Furono tutti dilaniati dalla deflagrazione di biossido di carbonio e azoto e, nonostante siano passati quattordici anni, ancora non vi è chiarezza su quella triste vicenda.

UNA CRISI CHE PARTE DA LONTANO 

Nel dicembre 2010 la Rotopack S.p.a., azienda specializzata nella trasformazione del “packaging” con impianti rotocalco e flexosi, si avviò verso il fallimento. La Rotopack aveva nel Cda una forte presenza di Molino Alimonti ed era presieduto da Rocco Iezzi. La Metaflex Srl era il secondo soggetto giuridico collegata a all’azienda madre di Guardiagrele. Proprio come sta accadendo in questi giorni, ci furono una serie di incontri istituzionali per cercare di salvare l’azienda che occupava circa 45 dipendenti. «Vogliamo che ci sia un accompagnamento della Rotopack verso il passaggio di proprietà, prospettiva peraltro già considerata dalla stessa dirigenza dell’azienda perché ritenuta evidentemente come decisiva per salvaguardare i posti di lavoro e rilanciare il marchio», dichiarò all’epoca Carlo Petaccia della segreteria Cgil teatina. La strategia del sindacato fu quello di coinvolgere politici come Giovanni Legnini, Alfonso Mascitelli, Lanfranco Tenaglia, Daniele Toto e Fabrizio Di Stefano. «Una situazione», osservò l’esponente della Cgil, «che ovviamente non può andare avanti per molto, e dunque chiediamo alle istituzioni una collaborazione incisiva per trovare acquirenti con il crisma della trasparenza dei capitali, dell’iniziativa industriale e distinti da una volontà reale di risanare l’azienda». Ma, probabilmente, da parte dei politici questa collaborazione incisiva non ci fu. Infatti poco dopo i 40 dipendenti dell’azienda fecero ingiunzione di pagamento per avere gli stipendi maturati fino a ottobre 2010. 

IL FUTURO DELLA ROTOPACK:«ALL’EX PROPRIETA’ NON INTERESSA NULLA»

L’opinione dell’allora Ad della Metaflex srl, società affittuaria degli stabilimenti abruzzesi e pugliesi della Rotopack Spa, era che «dopo diversi mesi di tira e molla, abbiamo ricevuto la notizia, che nulla sarebbe stato fatto per sistemare il disagio, se si può chiamare disagio, recato alla nostra società. Questa è la dimostrazione palese che la sorte delle ex attività della parte cedente, di Guardiagrele e Manfredonia, non interessava minimamente l’ex compagine societaria. Che con questa operazione straordinaria si voleva solo ed esclusivamente trasferire tutte le problematiche del caso ad un altro soggetto economico! Cosi facendo, non avere più nessun impegno nei confronti di terzi. ln forza di quanto sopra la Metaflex srl, sin da ora si attiverà tramite i suoi legalí per tutelarsi”, conclude l’ad della Metaflex srl».

ROTOPACK SVUOTATA DA TUTTI I MACCHINARI

La fabbrica è stata recentemente oggetto di sottrazione di macchinari, strumenti e altro da parte di ignoti. A denunciare il fatto la settimana scorsa, nonostante la presenza fissa di un custode (ora irreperibile), gli stessi lavoratori, 35 unità in totale, reduci da un periodo di cassa integrazione di due anni a seguito del fallimento dell’azienda, nata come Europrint a Manfredonia dei fratelli Alimonti (con sede centrale a Guadiagrele, in provincia di Chieti), poi Rotopack nel 2007 e infine Metaflex per un tentativo di fitto di ramo d’azienda. Ad oggi il buco dell’azienda è di 9milioni di euro.

STESSA STORIA, STESSO FILM

Perché iniziare il racconto con un’azienda che apparentemente non c’entra nulla con la storia degli operai del Molino di Ortona? Secondo noi per certi versi esiste un parallelismo tra le due storie. Gli Alimonti sono il filo conduttore sia della Rotopack sia del Molino; i tavoli di trattativa sono stati aperti all’epoca come nel caso più recente dell’azienda ortonese; i politici chiamati a mediare sono quasi gli stessi. Le domande che ci poniamo è: siamo sicuri che Alimonti vuole restare in Abruzzo? Siamo sicuri che lo stesso gruppo è intenzionato a continuare l’attività? Potremmo ad esempio pensare che sta tentando una nuova cessione di ramo d’azienda? Soprattutto, perché non rivelano il nome di questa società interessata a ricomprare l’azienda? Quale politico accetterebbe un atteggiamento di questo tipo da parte di un’azienda?

APRILE 2011: SCATTA L’ALLARME PER LA POSSIBILE CHIUSURA DEL MOLINO

Proprio il guardiese doc Franco Caramanico lancia l’allarme dichiarando che la chiusura dell’azienda andrebbe a gravare ancor più la crisi occupazionale che la provincia di Chieti sta vivendo da diversi mesi». In risposta a questo allarme la politica non perde tempo per litigare e l’assessore regionale alle Politiche agricole Mauro Febbo, piuttosto che dare risposte attacca Caramanico:«Forse Caramanico non sa che il sottoscritto è ben informato sulla realtà dello stabilimento Molino Alimonti e so anche che, per il bene dei lavoratori, è in corso una vertenza con procedura concorsuale, le istituzioni farebbero bene a non intervenire sul percorso intrapreso». Perché allora non rivelare questi «segreti di Stato»? Mistero.

SI RIPARTE, ANZI NO

Dopo una serie di scioperi e presidi davanti ai cancelli, gli operai sospendono a gennaio 2012 la loro protesta per l’avvenuto accreditamento degli stipendi.«L’azienda ha dimostrato una buona volontà che ora ci attendiamo che venga riconfermata il 31 gennaio, quando in Confindustria a Chieti ci incontreremo per vedere il piano industriale» dichiarò Adriatik Dyrmishi della Flai Cgil. Si pensava fosse tutto finito ma qualche mese dopo il gruppo Alimonti va sul mercato in cerca di affittuari o subentranti. Il 28 Maggio l’azienda rimane senza corrente e la produzione si ferma. Dal cilindro esce la Park trade, l’azienda casertana fornitrice di grano interessata a rilevare in locazione il ramo aziendale della farine. Mentre la Cgil si muoveva per coinvolgere gli attori delle istituzioni gli attori politici rispondevano con il silenzio.

LEONARDO ALIMONTI: «IO VITTIMA DI UNA TRIADE DI POTERI»

Secondo l’imprenditore la situazione tragica della sua azienda è stato l’agire di tre poteri: banche, finanza internazionale e sindacato.«Siamo soli, io e la nostra famiglia», attacca il presidente del marchio, «contro nemici che ci stanno stringendo in un abbraccio che vorrebbe essere mortale. Ma non ce la faranno», incalza, «perché abbiamo deciso di ritornare più forti di prima. Noi facciamo economia reale, tutti gli altri giocano e speculano sulla nostra pelle». Poi aggiunge:«il fatto che oggi pochi speculatori sono in grado, manovrando semplicemente un computer, quindi senza avere un’azienda vera alle spalle, di manovrare interi settori del mercato fissando a loro piacimento il costo delle materie prime. Ecco il motivo della nostra crisi, visto che altrimenti il gruppo Alimonti sarebbe fiorente». Poi passa ai sindacati:«L’interlocuzione con i due sindacati attivi nell’azienda è stata a tratti difficile, segnata da malintesi nella contrapposizione tra esigenze diverse che noi pensiamo debbano convergere su una sintesi che tenga conto delle ragioni di tutti. Dalla nostra parte c’è tutta la volontà di venire a patti».

LA PARK TRADE PARTE MA LA MAGISTRATURA FERMA TUTTO

La Park trade esce di scena a Settembre per le note vicende giudiziarie in cui viene coinvolta e la situazione torna in stallo. Gli operai tornano a scioperare e a sperare in una soluzione.

IL PIANO INDUSTRIALE C’È MA NON SI VEDE. I NUOVI INVESTITORI CI SONO MA NON SI VEDONO.

Arriviamo ai giorni nostri, quando il consigliere regionale Camillo D’Alessandro si impegna con i lavoratori ad aprire un tavolo regionale per la critica situazione lavorativa. La proprietà ha ribadito nell’incontro di avere un piano industriale pronto e, sopratutto, nuovi investitori pronti a riaccendere i le macchine del molino. Nel frattempo però a nessuno è dato sapere chi siano gli investitori e quale sia questo piano aziendale. Possibile che in una così grave situazione nessuno sia in grado di accedere a queste fonti per cercare di anticipare proposte alternative? Possibile. Per l’Abruzzo e per i lavoratori speriamo non sia l’ennesimo giochetto per chiudere i battenti di un’azienda. Se la responsabilità è in gran parte, come denuncia Alimonti, anche della banche allora qualcuno vada a mettere i sigilli in qualche filiale.

Antonio Del Furbo

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