Palamara-gate: 70 magistrati a processo
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Tempi duri per i magistrati che chattavano con Luca Palamara per chiedergli un posto o un incarico. Il collegio dei probiviri dell’Associazione nazionale magistrati ha ultimato in questi giorni i propri lavori. L’attività istruttoria è stata difficilissima, ostacolata dai numerosi paletti posti in essere dai “ chattatori”, alcuni dei quali si sono anche appellati al Garante della privacy.

Il Palamara-gate entra nel vivo. Al momento, secondo quanto riferisce il Riformista, sarebbero circa settanta le toghe finite nel mirino del collegio, presieduto dall’ex giudice di Cassazione Giocchino Romeo. L’accusa è quella di non aver osservato il codice deontologico interno. La norma violata è quella prevista all’articolo 10 ed è relativa agli “Obblighi di correttezza del magistrato”.

“Il magistrato – si legge nel testo – non si serve del suo ruolo istituzionale o associativo per ottenere benefici o privilegi per sé o per altri”. In particolare, “il magistrato che aspiri a promozioni, a trasferimenti, ad assegnazioni di sede e ad incarichi di ogni natura non si adopera al fine di influire impropriamente sulla relativa decisione, né accetta che altri lo facciano in suo favore”. Inoltre, “il magistrato si astiene da ogni intervento che non corrisponda ad esigenze istituzionali sulle decisioni concernenti promozioni, trasferimenti, assegnazioni di sede e conferimento di incarichi”.

L’elenco

Nell’elenco dei settanta non c’è il nome dell’allora procuratore generale di Roma Giovanni Salvi che, secondo quanto raccontato da Palamara nel libro Il Sistema scritto con il direttore di Libero Alessandro Sallusti, aveva organizzato un pranzo su una terrazza di un prestigioso albergo della Capitale per perorare le propria nomina a pg della Cassazione.

Nonostante le pietanze consumate con vista sui tetti della città eterna, la nomina sfumò perché Palamara decise poi di puntare su Riccardo Fuzio. Salvi per coronare il suo desiderio dovrà aspettare le dimissioni di Fuzio avvenute nel 2019 dopo lo scoppio del Palamaragate. La condotta tenuta da Salvi con Palamara, fanno comunque sapere dall’Anm, è sanzionabile ai sensi dell’articolo in questione. Come mai, allora, non è stato inserito nell’elenco dei settanta? Sempre da quanto si è potuto apprendere, i probiviri si sono mossi sulla base del materiale ricevuto dalla Procura di Perugia, e quindi sulle chat. Il “racconto” di Palamara verrebbe analizzato in seconda battuta. Ma è quasi certo che a quel punto anche il procuratore generale della Cassazione finirà alla sbarra.

Il caso Salvi

Oltre a quanto riportato nel libro di Palamara, come fonte di conoscenza dei probiviri ci sarebbe poi un altro libro molto gettonato sullo stesso tema: “Magistropoli” del giornalista del Fatto Quotidiano Antonio Massari. “L’incolpazione” del pg della Cassazione, oltre a non avere precedenti nell’ultra secolare storia dell’Anm, rappresenterebbe l’ennesimo cortocircuito istituzionale. Salvi è il titolare dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe e con un suo provvedimento del 2020 ha stabilito che “l’autopromozione”, anche se petulante, non è passibile di sanzione. Ciò che è una grave scorrettezza per l’Anm è invece la norma per la Procura generale. Ma anche Giuseppe Cascini, attuale componente del Csm e storico leader delle toghe progressiste, sarebbe nel mirino dei probiviri. Nel suo caso gli verrebbe contestato l’interessamento per le sorti del fratello, anch’egli magistrato, e la sua stessa nomina a procuratore aggiunto a Roma.

Fatta la legge, comunque, trovato l’inganno. Per evitare l’onta del processo davanti ai provibiri alcune delle toghe incolpate hanno pronta “l’exit strategy”: le dimissioni dall’Anm. Non essendo più iscritti verrebbero così meno le sanzioni. Le dimissioni sono presentate presso le giunte locali dell’Anm e quindi trasmesse a Roma.

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