Plasma iperimmune: il silenzio (in Italia) sulla terapia del dottor De Donno e le richieste di altri Paesi

In Italia la cura al plasma è stata etichettata da molti responsabili del sistema sanitario come “poco efficace”, rimangono non pochi dubbi sulla morte del dott. De Donno e su cui la Procura indaga. Intanto si moltiplicano le testimonianze di chi sostiene di essere guarito proprio con la cura basata sulla trasfusione di plasma da pazienti immuni a pazienti malati di Covid.

A ricordare l’efficacia della terapia del plasma iperimmune, nei giorni scorsi, anche la signora Maria Neve Marongiu che ha confermato gli effetti benefici della cura su lei stessa, quando è stata ricoverata in ospedale per Covid. La figura del medico recentemente scomparso e del suo metodo di cura appare ancora oggi oggetto di attualità. Episodio che ha causato le reazioni da una parte della politica nazionale: “Il dottor De Donno non va dimenticato. Era uno di noi e si batteva per una terapia popolare e a basso costo. La sua cura è stato un bagliore di luce nel tunnel della pandemia” diceva il leader della Lega Matteo Salvini.

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In piena pandemia De Donno diede una risposta concreta per combattere il terribile Covid era arrivata dalla terapia con il plasma iperimmune. Il pioniere della cura era stato proprio Giuseppe De Donno che l’aveva avviata quando era primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova. Ma inspiegabilmente di questa terapia dopo la sua morte non si parla più. Almeno in Italia. In Usa, Canada, Francia, Gran Bretagna e Spagna la terapia continua ad essere utilizzata.

“Non sono un azionista di Big Pharma”

Era giugno 2020 quando De Donno disse: “La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma”. Durante il primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma a chi era riuscito a sopra al virus in malati appena contagiati. Lo studio, che iniziò il 17 marzo e si concluse l’8 maggio 2020, coinvolse 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici osservandoli avevano notato che, trasfondendo loro il siero di pazienti guariti e aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva annientato. Un segno che lasciava ben sperare e dimostrava la presenza di anticorpi neutralizzanti.

Il risultato della sperimentazione

Il risultato della sperimentazione, come si legge su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato “superiore alle più rosee aspettative”. Sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%: utilizzando questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, “la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n’è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l’infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%”.

Le richieste dall’estero

Dati incoraggianti tanto che i due ospedali sono stati invasi da richieste per avere i dettagli della terapia. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra fautori e contrari. Questi ultimi hanno ritirato fuori vecchie polemiche sui rischi dell’uso del plasma e sulla mancanza di un’evidenza scientifica definitiva. L’Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l’obiettivo di “valutare con opportuno rigore metodologico l’efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo nessun trattamento industriale del plasma”. I risultati non sono stati ancora pubblicati sulle riviste scientifiche. Un comunicato dell’Agenzia del farmaco dell’8 aprile 2021 dice che “non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell’end-point primario (“necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione”) tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard”.

La situazione

A Pavia la sperimentazione continua ed è stata creata una banca del plasma pronta per le emergenze. Sono anche in corso analisi sull’efficacia del siero raccolto contro la variante Delta. Giustina De Silvestro, direttore del Centro immunotrasfusionale nell’Azienda universitaria ospedaliera di Padova, dice a La Verità, che “i clinici non chiedono più questo trattamento. Nell’ultimo periodo l’hanno ricevuto solo un paio di pazienti. La letteratura scientifica non l’ha molto sostenuto, preferendo gli anticorpi monoclonali per i soggetti non ospedalizzati e gli antivirali assieme ad altri farmaci per i degenti”. Il plasma “viene raccolto direttamente dai centri trasfusionali degli ospedali e non c’è alcun guadagno per le case farmaceutiche. Ogni dose costa 200 euro al sistema sanitario pubblico, un ciclo completo 600/650 euro, meno di una giornata di ricovero, meno dei 2.000 euro a somministrazione richiesti dai monoclonali e meno delle centinaia di migliaia di euro spesi per i farmaci specifici”.

La storia di Maria Neve Marongiu

“Era il 7 aprile quando ha scoperto di essere positiva, e ieri, dopo 7 mesi e tantissimi tamponi, che non ricorda nemmeno più quanti, si è finalmente negativizzata. È stata ricoverata per due mesi durante la prima ondata, ed è rimasta sola quando non c’era più nessun paziente in reparto durante l’estate. Il 20 ottobre nuovo ricovero, sempre nel reparto infettivi del Santissima Trinità dove è rimasta altri 10 giorni”.

Maria Neve Marongiu, di Oristano, vince la sua battaglia col Coronavirus.

Maria Neve è immunodepressa, soffre di una malattia autoimmune, ma nonostante ciò, non ha mai perso il buonumore e le speranze che il plasma (arrivato per lei da Pisa su richiesta del medico del Santissima) potesse aiutarla ad uscire dall’incubo. Il plasma, insieme ad altre terapie somministrate dai medici dell’ospedale le hanno permesso di tornare alla sua vita di sempre con una convinzione:

“Ho paura, non so quali danni mi abbia lasciato questa brutta malattia. Però dovrò affrontare la paura che provo a riprendere i normali rapporti che avevo prima. A volte pensavo di non farcela, soprattutto quest’ultima volta, mi mancava il respiro. Ma il pensiero dei miei figli e il coraggio che mi davano tutti i medici, infermieri e oss dell’ospedale, mi hanno aiutato a superare questi brutti momenti. Non li voglio rivedere – sorride Maria Neve – però li ricorderò sempre come la mia seconda famiglia. Nonostante si percepisse la stanchezza, lo sconforto per il carico di pazienti impressionante, sono davvero tantissimi, non mi hanno mai lasciata sola. Sempre una carezza, una parola gentile”.

Di Antonio

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