Scarcerazione dei boss: Bonafede, un ministro che si contraddice

Scarcerazione dei boss: Bonafede, un ministro che si contraddice

Inchieste Notizie

Alcuni giorni fa il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha disposto ha scarcerazione di Pasquale Zagaria. L’imprenditore è recluso al 41 bis ed è legato al clan dei Casalesi, fratello del superboss Michele Zagaria. Bonafede dice che sulla scarcerazione dei boss non ha potere. Eppure interviene con un decreto legge. Poteva, forse, farlo prima?

Ora ad essere liberati potrebbero essere una serie di personaggi al 41 bis: Leoluca Bagarella, i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo e molti altri.

I giudici rimandano a casa Zagaria

Tutto è partito in seguito a una decisione dei magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Sassari che hanno deciso di rimandare a casa Pasquale Zagaria. Una decisione fatta anche a causa dell’indisponibilità da parte delle strutture sanitarie dell’isola di poter garantire al detenuto la prosecuzione dell’iter diagnostico e terapeutico di cui ha bisogno a causa di una grave patologia.

Il boss al 41 bis

Pasquale Zagaria è il fratello del boss dei Casalesi, Michele Zagaria. Pasquale Zagaria, detenuto al 41bis in Sardegna, ha ottenuto 5 mesi di arresti domiciliari. Recentemente, infatti, è stato operato di tumore e, a causa dell’emergenza sanitaria che aveva trasformato l’ospedale di Sassari in reparto Covid, non poteva più essere sottoposto a chemioterapia. Per questo sarà trasferito nel Nord Italia ai domiciliari. Zagaria vien arrestato nel giugno del 2007 ed perché considerato dagli inquirenti la mente economica del clan. Gli interessi sono legati al cemento.

Magistrati antimafia in rivolta

A scendere in campo sono i magistrati antimafia che si scagliano contro le scarcerazioni dei boss. Sono sei i boss eccellenti scarcerati ma nell’elenco definitivo ne comparirebbero una quarantina. Il capo della procura nazionale antimafia Cafiero De Raho, Gian Carlo Caselli, Nino Di Matteo, Sebastiano Ardita, Catello Maresca, accusano lo Stato di aver abbassato la guardia contro la criminalità.

Occhi puntati sull’ex pm di Potenza e Alfonso Bonafede

Nel mirino anche il Dipartimento delle carceri – il Dap guidato dall’ex pm di Potenza Francesco Basentini – che dalle rivolte di febbraio a oggi non ne avrebbe azzeccata una. Una timida risposta arriva dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che garantisce un decreto legge già per giovedì. Eppure lo stesso Bonafede, con un lungo post su Facebook, nei giorni scorsi aveva ribadito, subito dopo le scarcerazioni di Bonura e di Zagaria, l’impegno del governo nella lotta alla mafia negando qualsiasi responsabilità e voce in capitolo sulle decisioni di mandare i boss ai domiciliari.   

La scarcerazione di Cutolo

Una risposta tardiva quella di Bonafede visto che i boss continuano a essere scarcerati. A breve, infatti, potrebbe arrivare la decisione sulla scarcerazione di Raffaele Cutolo, fondatore nonché capo della Nuova Camorra Organizzata. A decidere sulla scarcerazione sarà il palazzo di giustizia di Reggio Emilia. Il boss della camorra è in carcere da oltre 40 anni e con una salute malmessa. Cutolo è detenuto a Parma e per questo sarà Reggio Emilia a pronunciarsi.  

Il decreto di Bonafede 

D’accordo con il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra, Bonafede vuole coinvolgere la Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo e le singole procure distrettuali nel valutare le richieste di scarcerazione e dare o negare un via libera. Una strada, di fatto, per negarle, perché una valutazione di pericolosità attuale bloccherà automaticamente anche la possibilità di concedere gli arresti domiciliari per ragioni di salute.  

Tutto parte dal “Cura Italia”

Quando fu emesso il “Cura Italia” il Consiglio superiore della magistratura si spaccò sul parere da dare sul decreto. Da un lato c’era chi riteneva la misura troppo blanda, dall’altra si erano espressi in maniera forte magistrati come Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, arrivando a definirlo come un “indulto mascherato” e un “pericoloso segnale di distensione”.

Accade, così, che i detenuti per mafia in attesa di giudizio definitivo, ottengono la concessione dei domiciliari. Eclatante il caso di Rocco Santo Filippone imputato nel processo ‘Ndrangheta stragista accusato di essere il mandante degli attentati contro i carabinieri (in cui morirono anche i brigadieri Fava e Garofalo), avvenuti tra il 1993 ed il 1994. Provvedimenti simili erano stati presi nei confronti del boss di Lamezia Terme Vincenzino Iannazzo, condannato in appello a 14 anni e mezzo e in attesa di sentenza definitiva.

La circolare del Dap e le decisioni prese da Gip, Gup e Presidenti delle Corti, in questi ultimi casi, non facevano riferimento al decreto del governo. L’indicazione, infatti, si rifaceva a quella trasmessa i primi di aprile dal procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, a tutte le Procure generali d’Italia. Un documento in cui si suggeriva di considerare il carcere come “extrema ratio”.  

Una “patata bollente” lasciata nelle mani del singolo giudice.

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