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La più grande campagna nazionale di raccolta firme per introdurre il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati fu fatta nel 1995 dall’associazione Libera ed altri soggetti della rete. Oggi la legge n. 109 del 7 marzo 1996, approvata in tempi record dal parlamento, pare non essere rispettata per via di processi non sempre trasparenti.

“La gestione di questi beni diventa una sorta di moderno ‘contrappasso’ – scriveva Libera all’indomani dell’approvazione in sede deliberante dalla Commissione Giustizia del testo di legge – per contrastare le attività della criminalità organizzata e diffondere quella cultura della legalità che si pone come il principale anticorpo alle mafie”.

La nuova normativa distingueva tre diverse categorie di beni confiscati:

beni mobili: denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili non facenti parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati;

beni immobili: appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Hanno un alto valore simbolico, perché rappresentano in modo concreto il potere che il boss può esercitare sul territorio che lo circonda, e sono spesso i luoghi prescelti per gli incontri tra le diverse famiglie mafiose. Lo Stato può decidere di utilizzarli per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile” come recita la normativa, ovvero trasferirli al patrimonio del comune nel quale insistono. L’ente locale potrà poi amministrarli direttamente o assegnarli a titolo gratuito ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato. 

beni aziendali: fonti principali di riciclaggio del denaro proveniente da affari illeciti. I sequestri e le confische coprono una vasta gamma di settori di investimento: industrie attive nel settore edilizio; aziende agroalimentari (come l’immenso allevamento bufalino con annesso caseificio sequestrato e confiscato alla camorra nella zona di Castel Volturno); ristoranti e pizzerie praticamente ovunque, dalla Calabria fino a Lecco, e noti locali della vita notturna come lo storico Cafè de Paris, punto nevralgico della Dolce Vita romana, finito nelle mani di un prestanome della ‘ndrangheta calabrese; interi centri commerciali, sorti dal nulla come cattedrali nel deserto.

A quasi vent’anni dall’approvazione della legge 109, appare chiaro che qualcosa nella vicenda dei sequestri non quadra. Si parla di “business da milioni di euro”. Un business legato all’Antimafia. 

Una questione pesante che riguarda controllori e controllati e che tira in ballo persino il presidente della sezione misure patrimoniali del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto. “Insieme ad altri 3/4 giudici – spiega Pino Maniaci di Telejato – la Saguto gestisce il 43% dell’intero patrimonio sequestrato ai mafiosi in tutta Italia”. Grosse somme quindi e grosse responsabilità che secondo Maniaci Saguto gestirebbe con:”molta leggerezza” in quanto sceglierebbe sempre le stesse persone come amministratori giudiziari. Sono 50 miliardi gli euro che vengono posti in mano ad un solo soggetto e cioè al responsabile della sezione misure patrimoniali del Tribunale di Palermo.

I professionisti in grado di ricoprire tale ruolo sono circa 4mila e tutti inseriti in un albo di amministratori competenti, costituito, per legge, nel gennaio 2014. Alla lista bisognerebbe attingere per la scelta delle professionalità in base a competenze e capacità. La scelta, a quanto pare, è arbitraria, effettuata dai giudici della sezione delle misure di prevenzione in cui si ritrovano molto i soliti trenta nomi. 

Tra i preferiti dai giudici spicca il nome di Gaetano Cappellano Seminara, soprannominato il ‘Re’. Il 90% delle aziende sequestrata e lui affidategran parte nel settore edilizio e immobiliare, sono state chiuse per fallimento.

“Seminara fino a poco tempo fa – aggiunge Maniaci – era un avvocato da quattro soldi, come definito da alcuni suoi colleghi e oggi il più ricco d’Italia. Un uomo che si occupa di beni sequestrati e confiscati, con 54 incarichi in varie aziende“e amministratore di 250 aziende con un onorario che si aggirerebbe intorno ai 7milioni di euro l’anno.

Un professionista, secondo le carte, in conflitto d’interessi. La Legalgest Srl è proprietaria di un hotel di cui Seminara avrebbe il 95% delle quote mentre il restante 5% apparterrebbe alla figlia. La curiosità è che l’amministratore della società è la nonna 82enne dell’avvocato. Nel 2011 la stessa Legalgest cede la gestione dei servizi alberghieri alla Tourism project Srl di cui è proprietaria, al 100% delle quote, la stessa Legalgest Srl. 

Appare strano che nessuno si sia accorto di un evidente conflitto d’interesse quando Seminara si è occupato, come amministratore giudiziario, di un altro gruppo alberghiero: la Ghs Hotels F. Ponte Spa

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“Esiste una sorta di cupola degli amministratori giudiziari che agiscono in perfetto accordo con il Tribunale di Palermo, in particolare al responsabile della sezione misure patrimoniali” chiarisce Salvo Vitale di Radio Aut e collaboratore di Telejato. A quanto pare però Seminara non è nuovo a queste operazioni visto che era riuscito a mettere le mani sulla discarica di Bucarest, ritenuta la più grande d’Europa.

“Quando  uno dei proprietari si ritirò e bisognava rinnovare il Consiglio di amministrazione – scrive I Siciliani – , Cappellano pagò un lavavetri  per acquistare, come prestanome una quota importante ed entrare nel consiglio di amministrazione, per poi diventarne presidente, giochetto che gli è riuscito numerose volte. Questa volta il gioco è stato smascherato”. Il caso è stato smascherato, manco a dirlo, dal Procuratore Capo di Roma Pignatone, già del tribunale di Palermo, e quindi collega della dott.ssa Saguto. Valenti, che già da 5 anni ha smesso di occuparsi della discarica rumena, di cui era socio, è stato arrestato per ‘tentativo di riciclaggio’ dei soldi della discarica rumena.

Un atteggiamento, quello della Saguto, che non piace nemmeno a Umberto Postiglioneex prefetto di Agrigento e capo dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. “Non ho rapporti critici con nessuno – ha più volte ribadito – ho piuttosto rapporti con alleati che mi stanno dando una mano a mettere in luce tutti gli aspetti di una situazione complessa”.

A non essere rispettata, insomma, è la Legislazione Antimafia – Vittime della mafia e relativo Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia. La fase del sequestro secondo la legge non deve superare i 6 mesi, rinnovabile al massimo di altri 6, periodo in cui vengono svolte le dovute indagini e si decide il destino del bene stesso: se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale; se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario.

Nella pratica il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni. 

Una legge limitata, da aggiornare, che non permette gli adeguati controlli e conduce troppo spesso al fallimento dei beni per le – forse volute – incapacità del sistema. “Posso fare nomi, esempi, citare numeri e casi” spiega ancora Maniaci che chiede:”alla Commissione Antimafia di essere audito per esporre questa inchiesta che stiamo portando avanti a Telejato, con notevole fatica, perché non abbiamo nessuno al nostro fianco.”

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Antonio Del Furbo

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