Caso Palamara: Giovanni Legnini chiede scusa a Repubblica: "Ho usato una frase infelice"

Arriva il mea culpa dell’ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini, sulla vicenda che lo ha visto protagonista delle intercettazioni con Luca Palamara. Oggi Legnini è commissario per la ricostruzione post sisma.

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“Gran parte delle intercettazioni si riferiscono ad un periodo successivo. Quelle relative alla mia consiliatura riguardano chat e messaggi tra consiglieri e magistrati, che io non potevo conoscere. Sono sorpreso per certe espressioni. Personalmente ho sempre cercato di garantire il corretto funzionamento dell’organo, come era mio dovere fare, rifiutando qualunque logica spartitoria”. Così Legnini nell’intervista a Repubblica.

Insomma, Legnini non sapeva. Mai un sospetto pur sapendo della presenza delle correnti all’interno della magistratura.

Legnini ha lavorato accanto a Palamara. Di lui dice: Era un magistrato molto influente ed era il capo di fatto di una corrente. Sulle decisioni importanti, spesso siamo stati in disaccordo. Ma io ho conosciuto un altro Palamara, non certo quello delle conversazioni che sono state rese pubbliche, che mi hanno sorpreso e amareggiato nei toni e nei contenuti”.

E sulla vicenda delle sue conversazioni con Palamara riferite a un articolo di Carlo Bonini di Repubblica, spiega:

“Vorrei contestualizzare quello che è accaduto. Siamo al 29 maggio del 2019, Repubblica aveva raccontato i primi esiti dell’inchiesta di Perugia. Poiché alcuni episodi si riferivano anche alla mia consiliatura, chiesi di incontrare Palamara per capire. Mi fornì una versione dei fatti molto diversa da quella che poi è emersa dagli atti di indagine. Lui si diceva oggetto di una sorta di congiura. E io sbagliai a credergli. Mi chiese come potesse far emergere la sua versione. Mi sembrava un uomo distrutto e mi dichiarai disponibile ad aiutarlo. Ma certamente ho usato una frase infelice, anche se in un contesto privato e confidenziale, perché mai avrei potuto orientare Repubblica né nessun altro: non ne avevo il potere ed è lontanissimo dalla mia concezione di indipendenza della informazione. D’altronde, a quella conversazione non venne dato alcun seguito, come risulta dagli atti. Nonostante questo, mi sento di chiedere scusa a Repubblica, a cui riconosco autorevolezza e autonomia, e ai suoi lettori. Le carte di Perugia hanno dimostrato che non c’era alcun complotto. Era soltanto cronaca, purtroppo”.

Di Antonio

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