Giada Giunti, la donna che denuncia maltrattamenti e a cui il giudice toglie il figlio

La vicenda di Giada Giunti l’abbiamo raccontata. È la storia di una madre coraggio che sta lottando per riavere suo figlio. “Non avrò pace fin quando non lo riporterò con me”.

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In questi giorni ho sentito Giada Giunti più volte al telefono. L’ho sentita determinata e un po’ provata da quello che, ormai da anni, sta vivendo. Una battaglia contro uno Stato che fatica a riconoscere i suoi diritti ma, soprattutto, i diritti del proprio figlio. La Giunti racconta di “Un ex marito violento che ha chiesto la casa famiglia per il proprio figlio pur di allontanarlo da lei”. Il punto è che l’ex marito, come racconta la donna, è stato definito – dalle Ctu nominate dal Tribunale dei minori – come violento e con disturbi della personalità, pericoloso per il figlio perché violento, narcisista, con comportamenti di aggressione e rabbia. La Giunti è accusata dal marito di aver abbandonato al circolo sportivo il figlio, ma poi di essere simbiotica.

Gli elementi nuovi

Le vicissitudini di Giada Giunti vanno avanti. A marzo del 2013 la donna presenta una denuncia per aggressione. La denuncia viene archiviata, esattamente 4 anni e 4 mesi dopo, dal pm del Pool antiviolenza e successivamente dal Gup sulla base di una dichiarazione testimoniale. La Giunti a giugno dello stesso anno, viene raggiunta da una denuncia fatta dal suo ex marito per “simulazione di reato”. “Lo stesso Pm che ha chiesto l’archiviazione della mia denuncia tramuta il reato di simulazione di reato in calunnia e mi rinvia a giudizio” ci racconta la donna.

 La via giudiziaria va avanti e il 15 dicembre del 2016 “il mio ex marito riesce dopo 6 anni di richieste a far collocare il proprio figlio in casa famiglia“. Dopo un mese esatto l’ex marito di Giada chiede il divorzio ma non l’affido del figlio e neppure il suo collocamento presso di lui. L’uomo denuncia Giada a febbraio del 2017 “sostenendo che gli avessi impedito di vedere suo figlio che era già collocato da 2 mesi in Casa famiglia” racconta la donna. “Se era in casa famiglia, come gli avrei impedito di vedere suo figlio?”

Il dato interessante è che dal 2013 è la CTU a stabilire gli incontri padre-figlio, mentre dal 2014 l’uomo ha avuto il regime di incontri protetti. Nel 2016 la CTU ha sospeso gli incontri perché ritenuti “violenti, inumani e deteriorati” relazionando che l’uomo ha disturbi della personalità.

Il capo d’imputazione

Torniamo quindi al capo d’imputazione. Qui le cose non quadrano. La donna viene accusata del

“reato di cui agli artt. 110 e 572 c.p., per aver in concorso tra loro, sottoposto a gravi maltrattamenti anche psicologici il figlio minore della Giunti, Jacopo, con la stessa convivente, consistiti, quanto alla Giunti, nell’aver instaurato con il predetto minore un rapporto esclusivo e parassitario alienandolo da ogni contesto parentale e privandolo di ogni altra figura di riferimento affettivo e familiare ivi compresi quelli con la propria famiglia di origine.

Ed in particolare privandolo di ogni rapporto con il proprio padre, inculcando, falsamente, nel predetto minore l’idea che lo stesso rappresentasse per il predetto e per la Giunti stessa un elemento di forte pericolo perché soggetto violento ed aggressivo, alla quale il bambino pian piano si associava in totale e simbiotica adesione all’idea materna, sviluppando un rifiuto verso ogni contatto con il padre che è risultato essere frutto del solo condizionamento materno”.

Dunque Giada avrebbe, secondo il giudice, “forzato” la crescita e lo sviluppo del bambino “impossessandosene”.

Il viaggio ad Abu Dhabi

Ci sono, però, denunce nei confronti del padre di cui la donna non sa ancora nulla. A giugno del 2019 c’è una denuncia per maltrattamenti. Il 20 agosto dello stesso anno un’altra denuncia perché la donna finisce in codice rosso all’ospedale. Qualche mese dopo, a dicembre, un’altra denuncia querela nei confronti dell’uomo che avrebbe sputato in faccia all’avvocato Priolo. Durante la pandemia l’uomo avrebbe portato il figlio ad Abu Dhabi dal 27.2.2020 al 7.3.2020. Oltre a un’altra serie di denunce c’è quella che la Giunti fa all’ex marito per aver “falsificato una dichiarazione testimoniale, scrivendola, compilandola, apponendo due firme false, facendo credere fosse stata scritta, firmata e compilata da due signore”.

Con questo atto, spiega la donna, “non solo è stata archiviata la mia denuncia per aggressione del 19.3.2013 (nonostante il PM di Tivoli abbia ravvisato elementi di reità per l’aggressione del 19.3.2013 ed inviato DVD a Roma per competenza territoriale), ma sono stata rinviata a giudizio per calunnia. Lo stesso PM che ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione della mia denuncia per aggressione ha tramutato la denuncia di simulazione di reato sporta dal Cioffi in calunnia e sto subendo un processo.

Il danno e la beffa

Dopo una serie di denunce, il Pm del pool antiviolenza, procede alla richiesta di archiviazione, inviata al giudice minorile, ritenendo le denunce di aggressione, maltrattamenti, stalking “di pregiudizio e strumentali”. E il giudice minorile ha sospeso la responsabilità genitoriale.

di Antonio Del Furbo

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