Il Covid e gli affari delle mafie. Quando lo Stato non c'è.

L’usura continua a crescere e c’è il rischio liquidità per circa 100mila imprese. Scatta l’allarme anche per i cybercrimes in aumento rispetto allo scorso anno. Il Covid e gli affari delle mafie.

Il rapporto

È quanto risulta dal rapporto “La tempesta perfetta. Le mani della criminalità organizzata sulla pandemia” curato da Libera e da Lavialibera. Nel documento convergono dati e analisi desunti dal lavoro compiuto in questo periodo dalle forze dell’ordine: carabinieri, polizia, guardia di finanza e dalle relazioni istituzionali della Direzione investigativa antimafia, della Procura nazionale e degli studi e rapporti sul riciclaggio della Banca d’Italia.

Il rapporto evidenzia anche un’impennata del numero di interdittive antimafia che nei primi nove mesi dell’anno viaggia alla media di sei al giorno. Si tratta di 23 prime attività pre-investigative collegate alla criminalità organizzata con il coinvolgimento di 26 Direzioni distrettuali competenti e 128 soggetti tenuti sotto controllo.

Mafie e Covid

“Mafie e Covid: fatti l’uno per l’altro. È quanto risulta da questo rapporto, una fotografia inquietante del grado dell’infezione mafiosa ai tempi del Covid – commenta don Luigi Ciotti, presidente di Libera – Fotografia che si è potuta sviluppare grazie alla ‘camera’ non oscura ma chiara, trasparente, luminosa della condivisione e della corresponsabilità”.

I dati dell’Anac

L’Anac riporta che tra il 1° marzo e il 9 aprile sono stati spesi 2.277 miliardi di fondi pubblici per l’acquisto di mascherine (23%), camici e altri dispositivi di protezione individuale (32%), respiratori polmonari (23%) e tamponi (5%). Una tavola ghiotta che riguarda anche le opere di ristrutturazione delle Rsa, dove non mancheranno assegnazione di appalti e forniture di dispositivi sanitari. Un sistema che interessa soprattutto alla ‘ndrangheta:

“Certo, ora abbiamo la necessità di smaltire enormi quantità di rifiuti sanitari. Si tratta di materiali pericolosi, che hanno come unica destinazione l’inceneritore. Vorrei che ci fosse una maggiore tracciabilità, perché da tempo la criminalità è interessata al settore”, spiega il procuratore aggiunto, Alessandra Dolci, capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano.

E proprio Dolci ha lanciato l’allarme sugli interessi della ‘ndrangheta legati all’emergenza sanitaria. I numeri spiegano di che interessi si tratta: dal 1° marzo al 27 novembre – ricorda il report di Libera e Lavialibera – sono state distribuite dalla Protezione Civile 2.012.798.391 mascherine sanitarie. Tutte da smaltire negli inceneritori una volta utilizzate. Il Financial Times aveva rilevato che:

“alcune imprese del settore sanitario legate alla ‘ndrangheta hanno ceduto le fatture non pagate dalle aziende sanitarie pubbliche a intermediari per recuperare crediti; a loro volta gli intermediari hanno ceduto le fatture non pagate a società finanziarie che hanno creato ‘strumenti di debito‘ venduti agli investitori di tutto il mondo. Le inefficienze della sanità pubblica e gli affari delle mafie sono entrati così nel mercato finanziario globale”.

I clan sui farmaci

Solo poche settimane fa l’Agenzia delle dogane avvertiva sul rischio di immissioni di vaccini pericolosi. Il capo della Polizia Franco Gabrielli aveva evidenziato:

“Pensate solo all’attenzione che c’è per la ricerca di nuovi vaccini, di strutture per l’accoglienza dei pazienti o per i dispositivi di protezione individuale. Oltre a tutta la partita sui farmaci per curare le malattie: alcuni valgono più dell’oro”.

E il Covid-19 per la criminalità organizzata è affare.

“Con i farmaci faremo 100 milioni l’anno”. “Giovà…, gli antitumorali gli ospedali li comprano a mille, e nell’Inghilterra li vendono a 5 mila. Quindi tu compri a mille e vendi a 5 mila, e così guadagni 4 mila euro l’uno. Allora se noi entriamo con due ospedali, che ti danno 10 farmacie…”. Sono le parole del boss della ‘ndrangheta Grande Aracri. Il “nuovo business”, come lo ha definito Aracri al quale non poteva mancare la mafia.

Riciclaggio e usura

Dalla Calabria alla Sicilia: “Sorella sanità è il nome dell’inchiesta della Guardia di Finanza di Palermo che il 20 maggio scorso ha svelato il sistema costituito da Fabio Damiani e Antonino Candela – ricordano nel Report -. L’inchiesta della Finanza riguarda un sistema di mazzette attorno a quattro appalti della sanità siciliana. Gare, per un valore totale di 600 milioni di euro”. Eppure Cosa nostra siciliana pare fare un passo indietro nell’affare del Covid: l’isola registra solo 178 interdittive e risulta quarta, dietro l’Emilia Romagna, che ne registra 218.

I ricercatori della Banca d’Italia

I ricercatori hanno tracciato le operazioni sospette: sono 53.027, in aumento (+3,6 per cento) rispetto al 2019.

“La crescita complessiva del semestre è determinata dalle segnalazioni di riciclaggio, in aumento rispetto al primo semestre del precedente anno (+4,7 per cento)”.

Secondo i dati elaborati dal rapporto di Libera e Lavialibera, poi, le operazioni sospette di riciclaggio hanno dato questo risultato:

“Trentino col 47 percento, Lazio col 38, Sardegna con 37, Calabria col 17,8, Val D’Aosta 14,1, Campania, 9,7”.

A conferma di una sempre maggiore operatività della criminalità organizzata nelle regioni del Nord. La crisi economica ha trasformato la mancanza di liquidi nelle tasche degli italiani in humus perfetto per l’acquisizione di società in difficoltà, trasformando l’emergenza in occasione propizia per riciclare denaro sporco. E tra i reati contro il patrimonio, l’usura è “l’unico reato che ha fatto registrare un aumento“. sottolineano nel rapporto.

Di Antonio

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