Stefania racconta la vicenda di Vincenzo: "Mio marito aveva 41 anni, sano, bello e forte". Ma è morto di covid

Stefania racconta la vicenda di Vincenzo: “Mio marito aveva 41 anni, sano, bello e forte”. Ma è morto di covid

Inchieste Notizie

Stefania racconta la sua vicenda con un lungo post sulla pagina Noi denunceremo – Verità e giustizia per le vittime di Covid-19“. Un racconto amaro e che colpisce al cuore. Come le tante altre testimonianze.

Un mese fa sono state presentate 50 denunce alla Procura dai familiari delle vittime. Perché, raccontano i protagonisti, “Siamo stanchi e stufi di non avere risposte, vogliamo giustizia ma prima ancora vogliamo verità”. E il percorso verso la verità procede.

“Sono la moglie di Vincenzo – racconta Stefania – . Sono passati 3 mesi. A 41 anni, il 02 Aprile, si è addormentato per sempre. Resta dolore e non vi è rassegnazione. Restano solo domande senza risposta”. Spiega che All’inizio dicevano che questo virus fosse una semplice influenza, gli stessi virologi in tv dicevano di smetterla con questo allarmismo, dicevano di continuare a vivere come se nulla fosse, continuare con gli aperitivi a milano, e ancora ‘Milano non si ferma’ dicevano, di non confondere l’influenza di stagione con il virus, che sarebbe stato letale per pochi o pochissimi, sarebbe stato fatale per poveri anziani o persone già gravemente ammalate.”

“Mio marito aveva 41 anni, sano, bello e forte. Nessuna patologia pregressa o in corso. Non era un fumatore”

“Melegnano. È iniziato tutto domenica 8 marzo. Febbre a 38. Sotto consiglio telefonico del medico di famiglia ha iniziato la terapia con Nurofen e Fluimucil. Non bastavano, dopo due giorni i sintomi aumentavano: mal di schiena, dolori muscolari, affaticamento, febbre più alta, palato salato. La dottoressa prescrisse antibiotico Augumentin. Anche quello non bastava, la tosse secca si presentava più spesso. Consigliò di effettuare una lastra non potendo richiedere un tampone, che venivano esclusivamente effettuati in ospedale per i casi gravi. Da lastra risultava inizio di polmonite bilaterale, la dottoressa prescrisse di prendere un’ulteriore antibiotico come fosse la cura per una polmonite normale. Augumentin+Azitromicina era la cura con cui pazienti venivano curati a casa e, a detta della dottoressa, su alcuni pazienti in quei giorni funzionava. Il tampone era un triste e lontano miraggio, non ci restava altro che affidarci alle cure della dottoressa.”

Siamo a giovedì 12 marzo.

“Passarono altri due giorni e agli altri sintomi si aggiunse il respiro, sempre più corto. Dopo diverse chiamate tra 1500, guardia medica, numero d’emergenza, tra consulti e consigli telefonici, arriva l’ambulanza a casa nella notte di Domenica 15 marzo. Questi ultimi giorni erano stati pieni di incertezze e confusione tra i servizi e messaggi che venivano trasmessi in tv, guardia medica che sconsigliava accesso in pronto soccorso/ospedale, servizio numero verde inutile e che scaricava le responsabilità al medico di famiglia, medico di famiglia però che aveva disposizione di non effettuare visite di persona. Ogni passo ci sembrava sbagliato, ogni decisione scorretta.

Quella notte mio marito ai volontari del 118 ha chiesto tre volte di essere portato in ospedale.

I sintomi corrispondevano a quelli che avevamo sentito nei file audio dei medici di Milano che giravano tra le chat dei cellulari e avevamo le lastre di due giorni prima di inizio di polmonite bilaterale. Mio marito lasciava la nostra casa con i suoi piedi ma con una forte incertezza per il dubbio trasmesso dagli operatori: perché sconsigliavano l’accesso in ospedale? Per limitare il sovraffollamento o per evitare il peggioramento della situazione?

Dubbi, paure e incertezze, solo quelle.

Alle 4 di notte venne portato via, diretto verso l’ospedale Vizzolo Predabissi. Dopo due giorni di attesa in pronto soccorso, il 17 marzo, nel pomeriggio ricevette la comunicazione di essere covid-19 positivo, dal pronto soccorso venne spostato in reparto di malattie infettive.

Gli scambi respiratori non erano buoni, anzi la situazione era grave, mi venne comunicato il giorno dopo che vi era necessità di spostarlo in pneumologia.

Da semplice utilizzo ossigeno, passò a mascherina di sostegno, poi a mascherina c-pap. Ma la polmonite aumentava e la febbre restava. Avvertiva un forte bruciore al petto. Continuava a ripetermi che era arrivata la sua fine, che sentiva di non farcela, era difficile mantenere il ritmo del respiro imposto dal c-pap, che le cure non servivano a nulla, anzi peggioravano la sua situazione fisica e mentale. Veniva aiutato con Morfina.

I suoi scambi respiratori erano gravissimi.

Si liberò un posto in terapia intensiva. Il 21 marzo alle 22,00, dopo essere stato avvertito che aveva bisogno di cure più intensive, ci ha videochiamato per un saluto. Pensavamo che la rianimazione lo avrebbe aiutato. Sì, ne sarebbe uscito, con calma e con pazienza, ma un uomo forte come lui ne sarebbe uscito.

22 marzo. La notte trascorsa era stata durissima per lui. Prima il Niv, poi il casco c-pap, i suoi scambi erano peggiorati fino a che fu necessario intubarlo. Le chiamate fatte ai medici non sono mai state confortanti, la situazione descritta era critica, ma in cuor nostro speravamo che i medici non volessero darci false speranze e che un giorno prima o poi sarebbe arrivata la sua svolta, perché lui aveva 41 anni, era sano e forte. Doveva ritornare, aveva due figli che l’aspettavano a casa. Le sue condizioni peggiorarono, la sua polmonite interstiziale si consolidò lungo i polmoni, la sua respirazione non dava cenno di miglioramento e continuava ad avere febbre. I medici parlavano di possibilità di terapie con ecmo.

Poi il 31 marzo, a seguito di tac scoprirono che oltre al quadro complesso della malattia vi era un’embolia polmonare. Aggiunsero Eparina alla sua cura.

Le flogosi erano in diminuzione, il virus rallentava, ma i danni causati sembravano ormai irreversibili. L’1 Aprile la sua saturazione era al limite, serviva un miracolo. Il miracolo non arrivò mai. La mattina del 2 Aprile mio marito raggiunse le stelle più belle del firmamento. Ad oggi io e i miei figli aspettiamo ancora il tampone dalla regione Lombardia. Due settimane dopo il ricovero di mio marito ricevetti la chiamata da Ats per indagare con chi mio marito e io avessimo avuto contatti. Due settimane… tempestivi nell’individuare e isolare contagi causati da noi, no?! Chiesi dei tamponi per me e i miei figli, anche noi avevamo avuto dei sintomi, ma nulla. La risposta fu che eravamo a casa, non eravamo gravi e ormai trascorse due settimane eravamo fuori pericolo… pensai ‘inutile allora la chiamata d’indagine effettuata da Ats a due settimane dalla data x, contradditoria è dir poco’.

Cosa ha fatto lo stato per salvarci?

La commissione straordinaria emergenza Covid? Perché la Cina ci sembrava così lontana? Ci sentivamo imbattibili, come se il Virus non avrebbe mai potuto raggiungerci?… davvero?! Come mai tutta questa sicurezza dopo i morti che già da Dicembre aumentavano in Cina? E con i primi contagi a Roma nessuno ha pensato di rivedere il servizio sanitario? Nessuno ha pensato di controllare le polmoniti presenti nei nostri ospedali già a Gennaio? Dove era lo Stato? Le svolte in tutta questa storia sono sempre nate per iniziativa di professionisti ospedalieri che hanno infranto protocolli, che di propria iniziativa e responsabilità hanno deciso di esaminare il primo tampone o di praticare autopsie o di sperimentare possibilità. Lo stato, la commissione dov’erano quando avrebbero dovuto controllare e tutelare il personale ospedaliero già da i primi cenni di epidemia oltre continente? Dov’erano quando avrebbero dovuto controllare gli ospedali che si sapeva sarebbero stati i primi punti di contagio e trasmissione del virus? Dov’erano quando l’epidemia si allargava a macchia d’olio senza fermare il sistema e pensare solo e soltanto agli interessi economici?

E queste sono solo domande del prima, domande sul se si poteva evitare tutto questo. Domande di come si poteva evitare un disastro, uno stato d’emergenza nazionale.

Poi il dopo… per le negligenze iniziali, per la sottovalutazione della situazione anche decantata in tv dagli stessi virologi, per una classe politica inesistente visibile solo per teatrini e inutili campagne elettorali… un dopo triste, sconvolgente che ha visto ospedali in ginocchio, corridoi e uffici utilizzati come sale d’attesa o di degenza, tamponi non sufficienti, contagi fuori controllo, via vai di ambulanze, suono di campane a tutte le ore, un esercito medico messo a lottare la guerra senza mezzi e armi, medici di famiglia trasformati in operatori call center e lasciati allo sbaraglio a gestire malati e poi morti in casa. Infine la triste considerazione di chi fosse il fortunato… colui che ha ricevuto una degna sepoltura.

Mi chiedo quanti in Italia sono sopravvissuti alla terapia intensiva? Quanti non ce l’hanno fatta?

Una commissione per emergenza Covid avrebbe dovuto informarsi sull’evoluzione dei fatti, avrebbe dovuto cercare di capire su come fronteggiare al meglio. Ci hanno fatto credere che l’unica possibilità fosse la terapia intensiva, che i ventilatori fossero la nostra unica via d’uscita. Si adoperavano per allestire terapie e terapie, per dimostrare che qualcosa loro la stessero facendo. Peccato che era ben dimostrato da chi ci era passato prima di noi che quella non sarebbe stata la via di salvezza (a Wuhan il tasso di mortalità nel mese di Gennaio era tra l’81% al 97%).

E allora perché continuare a seguire quella linea? Perché non capire cosa stesse succedendo, vietare le autopsie e non intervenire e migliorare la pre-intensiva?

Voglio la verità. Voglio giustizia.

Lo devo a mio marito, ai miei figli, a me e alle nostre famiglie.”

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