Giovanni Brusca è un uomo libero: la legge, la memoria, il dolore
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Giovanni Brusca è tornato libero. Il nome è noto a chiunque in Italia abbia vissuto, raccontato o anche solo studiato la stagione stragista di Cosa Nostra.

Giovanni Brusca è un uomo libero: la legge, la memoria, il dolore. È l’uomo che il 23 maggio 1992 premette il pulsante del telecomando che fece saltare in aria un tratto dell’autostrada A29 all’altezza di Capaci, uccidendo il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Brusca ha finito di scontare la pena: 25 anni di carcere, seguiti da 4 anni di libertà vigilata. Oggi, tecnicamente, è un uomo libero.

Un fatto di cronaca giudiziaria che però continua a scuotere coscienze, provocare indignazione e riaprire ferite mai rimarginate. Perché si può scontare una pena, ma come si espia il sangue versato di un bambino, quello di Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, tenuto prigioniero per 779 giorni, poi strangolato e disciolto nell’acido?

La liberazione di Brusca avviene nel rispetto della legge, ma nel disprezzo, se non dell’etica, almeno del sentimento collettivo di giustizia. Lo confermano le reazioni dei familiari delle vittime, ma anche di una parte della politica, della magistratura e della società civile.

Il boia di San Giuseppe Jato

Brusca, nato nel 1957 a San Giuseppe Jato, è stato un feroce esecutore degli ordini di Totò Riina. In passato, ha dichiarato di aver partecipato o ordinato personalmente almeno 150 omicidi. Il suo soprannome nei ranghi mafiosi era “u verru”, il porco. Ma il mondo lo ricorda come il “boia di Capaci”.

Cresciuto all’interno della cupola mafiosa, figlio di Bernardo Brusca, già boss di San Giuseppe Jato, Giovanni entrò a pieno titolo nella stagione più sanguinaria di Cosa Nostra. Fu proprio lui, con freddezza, a premere il tasto che fece saltare l’autostrada.

L’arresto, il pentimento e le ombre

Il 20 maggio 1996 viene catturato dalle forze dell’ordine. La sua immagine, spettinata, appesantita, col viso contratto, fa il giro dei notiziari. Dopo l’arresto, tenta una prima falsa collaborazione con la giustizia, con l’obiettivo – secondo diverse fonti – di screditare l’antimafia e altri pentiti. Poi cambia linea: collabora sul serio. Racconta delle stragi, della strategia militare di Riina, delle pressioni sui politici, della trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. A partire dal 2000, ottiene lo status di collaboratore di giustizia.

Nel 2004 inizia a beneficiare dei primi permessi premio. Ogni 45 giorni può incontrare i suoi familiari. Nel 2021 arriva la scarcerazione definitiva. Dal 2025 non è più soggetto nemmeno alla libertà vigilata. Una libertà piena, anche se protetta: vive sotto falsa identità e rimane sotto copertura, lontano dalla Sicilia.

Giuseppe Di Matteo: l’orrore assoluto

Nel suo curriculum criminale, c’è un crimine che ha colpito l’opinione pubblica più di ogni altro: il rapimento, la detenzione e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Era il figlio di un pentito. Brusca lo fece sequestrare, lo fece tenere prigioniero per oltre due anni, poi ordinò che fosse ucciso e il corpo sciolto nell’acido.

Non c’è giustificazione possibile. Né giuridica, né storica, né morale. È forse l’atto più crudele che la mafia abbia mai commesso.

Le parole della sorella di Falcone

Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso, ha accolto la notizia della liberazione di Brusca con lucidità e dolore: “È la legge. La stessa legge voluta da Giovanni, per sconfiggere la mafia dall’interno. E oggi dobbiamo accettare anche ciò che ci fa male, pur sapendo che ha un valore più grande: quello della democrazia e dello Stato di diritto”.

Una posizione istituzionale, certo. Ma che non nasconde la sofferenza: “Non posso non provare amarezza. Non posso non pensare al dolore delle vittime, al mio”.

La voce dei familiari delle vittime

Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro, capo scorta di Falcone, non usa mezzi termini: “Questa non è giustizia. Questa è una beffa. Mentre chi ha distrutto vite umane è libero, noi non abbiamo ancora una verità piena. Non sappiamo tutto. Non ci sentiamo rispettati”.

Stesso tono quello di Giuseppe Costanza, l’autista di Falcone sopravvissuto alla strage: “Mentre le vittime sono sotto terra, Brusca è in libertà. È inaccettabile. Per chi ha compiuto stragi, non dovrebbero esistere premi. E invece oggi pare sia festa per chi ha premuto quel maledetto telecomando”.

Il paradosso della legge

La legge sui collaboratori di giustizia fu ideata da Giovanni Falcone. È la legge che ha permesso di sgretolare Cosa Nostra, di far parlare Buscetta, Mannoia, Calderone. Ma è la stessa legge che ha garantito sconti anche a chi ha sciolto un bambino nell’acido.

Lo ricorda Pietro Grasso, già procuratore antimafia: “È dura da accettare, ma dobbiamo capirlo: la legge serve a colpire l’organizzazione, non a vendicare. Brusca ha parlato, ha fatto arrestare decine di mafiosi. Con lui lo Stato ha vinto tre volte: quando lo ha arrestato, quando lo ha fatto parlare e ora, mostrando che la legalità vale anche per chi ci ha fatto tanto male”.

Ma è davvero finita?

Nonostante le decine di processi in cui Brusca è stato teste chiave, non tutte le sue dichiarazioni hanno portato a verità pienamente accertate. Restano zone d’ombra: su incontri con politici, sui legami economici, sul ruolo effettivo di alcuni personaggi nella strategia stragista.

E resta soprattutto un senso di ingiustizia. Di vuoto. Perché, come ha detto la vedova Montinaro, “questa vicenda riguarda tutti, non solo i familiari delle vittime”.

Una ferita aperta

Oggi Giovanni Brusca è un uomo libero. Ma per milioni di italiani resta un simbolo di dolore e di ferocia. E mentre lui cammina per le strade sotto altro nome, le famiglie delle vittime continuano a portare sulle spalle il peso dell’assenza, della memoria, del trauma.

E allora sì, la legge va rispettata. Ma anche la memoria. E forse, davanti a certi crimini, anche le leggi più giuste rischiano di sembrare ingiuste.

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