Giovanni Brusca, la nuova bella vita: in famiglia e con un lavoro. Il contratto tra il killer e lo Stato

Quando fu catturato 25 anni fa, Giovanni Brusca lasciò la moglie – con cui la storia è finita da tempo – e il figlio di soli 5 anni con cui il rapporto è rimasto. Si sono incontrati più volte durante i permessi di cui il pentito ha potuto usufruire. Ora quel bambino è diventato un uomo, e rappresenta l’ultimo legame di Giovanni Brusca con la vita di un tempo.

La nuova vita di Giovanni Brusca ricomincia in gran segreto. Ricomincia assieme alla scorta del Servizio centrale di protezione, l’ufficio che si occupa dei collaboratori di giustizia.

L’ex mafioso divenuto il simbolo dei killer di Cosa nostra, l’assassino che ha fatto esplodere la bomba di Capaci e ha dato l’ordine di strangolare Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito che lo accusò della strage), ha chiuso i conti con la giustizia ma mantiene il proprio legame con lo Stato che continuerà a vigilare sulla sua sicurezza. E programmare con lui un futuro. La scarcerazione per “fine pena” era prevista per l’autunno. Ma gli ultimi calcoli su un altro segmento di liberazione anticipata a cui il detenuto aveva diritto hanno provocato un’accelerazione inattesa.

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Adesso c’è un periodo di libertà vigilata, con obbligo di firma settimanale, orari controllati e pernottamento fisso.

Bisognerà scegliere un luogo dove vivere che offra sufficienti garanzie. Un’abitazione, ma anche un contesto in cui possa mimetizzarsi, senza destare sospetti e curiosità. E poi si cercherà di trovargli un lavoro, in modo da integrare lo “stipendio” previsto dal programma di protezione.

Il contratto tra Brusca e lo Stato

Tutte queste azioni fanno parte del contratto che il pentito ha sottoscritto con le istituzioni. Patto che lo Stato ha siglato per ottenere la collaborazione di uno dei killer più fidati della mafia corleonese. Anche per questo Brusca continua ad essere un obiettivo di Cosa nostra, o di quello che ne resta. Lui è il primo a saperlo, e il primo ad essere consapevole che dovrà guardarsi dalle vendette; il conto con lo Stato è chiuso, quello con la mafia no.

Il giorno dell’affiliazione a Cosa Nostra con Totò Riina

Giovanni Brusca racconta il momento della sua affiliazione davanti a Totò Riina, alla presenza di suo padre Bernardo capomafia di San Giuseppe Jato:

“Mio padre mi dice ‘entra che Riina ti vuole parlare’. Entro, Riina mette sul tavolo un coltello e una pistola incrociati, una santina e un ago, e mi dice ‘questa è un’organizzazione in cui siamo tutti fratelli, un’associazione che ha le sue regole, se ci si separa ci si rimette la vita’”.

Quel giorno Giovanni Brusca divenne “uomo d’onore”, carica che ha mantenuto fino al giorno delle prime dichiarazioni davanti ai magistrati, nell’estate del 1996. Ma i dubbi su Cosa nostra avevano cominciato ad assalirlo già prima. Temeva quello che svelerà un altro pentito, Salvatore Cancemi, il quale disse che il “capo dei capi” aveva commissionato l’omicidio di Brusca e di Salvuccio Madonia.

Una volta finito in carcere, i tempi per saltare il fosso e tradire Cosa nostra sono stati rapidi.

Consumato e smascherato in pochi giorni un falso pentimento concordato in precedenza per delegittimare l’antimafia, nel giro di qualche settimana Brusca diede agli uomini della Squadra mobile palermitana guidati da Luigi Savina le indicazioni utili ad arrestare il boss Carlo Greco; e subito dopo Pietro Aglieri, boss in ascesa e salito in cima alla lista dei ricercati. Erano le garanzie di affidabilità richieste dagli investigatori, che convinsero i magistrati della sua attendibilità.

Il patto tra killer e Stato

È in quel momento che si salda il patto tra il killer e lo Stato: indicazioni per ottenere arresti e dichiarazioni per infliggere condanne in cambio di protezione e sconti di pena. Poi il verdetto che ha tramutato l’ergastolo in trent’anni, una pena a termine giunta a compimento.

Ma il tribunale della mafia sconti non ne fa.

Di Antonio

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