Le interviste di Zone d'Ombra Tv: Enrico De Simone - già questore de L'Aquila
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Dopo una lunga carriera nella Polizia di Stato, il dottor Enrico De Simone, già questore de L’Aquila, ha deciso di raccontare per la prima volta ciò che spesso rimane sotto traccia nelle narrazioni ufficiali.

Le interviste di Zone d’Ombra Tv: Enrico De Simone – già questore de L’Aquila. Zone d’Ombra TV gli ha dedicato un’intervista esclusiva, un dialogo a tutto campo, sobrio ma diretto, che attraversa decenni di attività investigativa e istituzionale. Un racconto che restituisce al pubblico non solo la testimonianza di un uomo delle istituzioni, ma anche uno sguardo lucido e critico su ciò che resta in sospeso nel rapporto tra lo Stato e i cittadini.


Un filo sottile tra le istituzioni e la gente

Il rapporto tra cittadini e Stato non è cambiato, esordisce De Simone nella prima parte dell’intervista. “Anche se si riscontra una percezione di un senso di insicurezza in netto contrasto con il numero dei reati nettamente in calo”.


L’Aquila: potere e ricostruzione

L’esperienza maturata a L’Aquila – città segnata dal sisma del 2009 e da una lunga e controversa fase di ricostruzione. “In alcune realtà – afferma De Simone – sono stati fortemente arginati i tentativi di infiltrazione nelle attività di ricostruzione attraverso una grande attività di controllo preventivo”.


Le storie che nessuno ha voluto raccontare

Il cuore dell’intervista tocca un altro punto chiave: le inchieste. “Ci sono storie, anche gravi, che non sono mai state approfondite come meritavano. Vicende insabbiate? No, direi più che altro indagini che non hanno avuto l’esito sperato perché nella successiva sede processuale non sono risultate sufficienti per una pronuncia di condanna”.


Pressioni, silenzi e limiti imposti

Quando si entra nel merito di possibili interferenze, De Simone non si sottrae: “No, non ho subito pressioni. Ma nelle attività investigative più complesse il rischio dell’isolamento dell’investigatore può rallentare l’attività investigativa, con la conseguente esigenza che il l’acoro investigativo sia un lavoro prettamente di squadra”.

Non sono denunce clamorose, ma indicazioni chiare.


Lo Stato che non entra

Uno dei passaggi più intensi è quello sulle aree in cui lo Stato fatica a entrare. “Non parliamo solo di luoghi geografici – spiega – ma anche di contesti sociali, economici, digitali. Esistono quartieri, gruppi, territori dove lo Stato ha perso la capacità di essere credibile dove lo Stato ha trova difficoltà nel contrastare la criminalità organizzata”.

In questi territori appare evidente il tentativo della criminalità di sostituirsi allo Stato stesso.


Il rimpianto di un’indagine incompiuta

Alla domanda su quale caso avrebbe voluto portare a termine, De Simone si ferma, riflette, poi risponde: “Sì, ce ne sono diverse dove il lavoro investigativo svolto non è stato sufficiente per la raccolta di elementi volti ad assicurare successivamente la condanna in sede penale dei responsabili. È uno dei momenti peggiori per l’investigatore che, comunque, si è creato dei convincimenti che non producono effetti”.


La mafia che non spara più

Nel passaggio dedicato alla criminalità organizzata, il questore traccia un quadro lucido: “Oggi le mafie non hanno bisogno di usare la violenza per affermarsi. Infiltrano, acquisiscono, si mimetizzano. E il Centro Italia – Abruzzo compreso – non è affatto immune”.

Il problema, secondo De Simone, è culturale prima ancora che investigativo. “Finché penseremo che la mafia è solo dove c’è sangue e omicidi, non la vedremo mai arrivare. Ma è già qui. Solo che veste bene, parla bene e spesso ha contatti con chi conta”.


Più pericoloso il crimine invisibile

A questo punto l’intervista si fa quasi filosofica. Cosa è più pericoloso: la violenza da strada o le dinamiche occulte? La risposta del questore è netta: “Il vero pericolo è ciò che non si vede. È la complicità silenziosa tra interessi che sembrano legali e ambienti che non lo sono”. La narrazione pubblica si concentra su rapine, furti, aggressioni.


Il consiglio finale

L’intervista si chiude con un messaggio ai giovani investigatori. “Cercate la verità dove non guarda nessuno. Nei dettagli, nei margini, nei silenzi. Non fatevi affascinare dalle luci. Il lavoro vero è spesso scomodo. Ma è lì che si fa la differenza”.

Un consiglio asciutto, diretto, che riassume l’essenza di un mestiere troppo spesso raccontato con toni romanzati. E che invece richiede coraggio, rigore e una solitudine che solo chi la vive può capire.


Quella con Enrico De Simone non è un’intervista d’occasione. È un pezzo di memoria istituzionale restituito con onestà. Una testimonianza che non denuncia, ma svela. Che non accusa, ma mette in discussione.
Un modo per guardare dentro lo Stato… dal punto di vista di chi lo ha vissuto dall’interno, e oggi può – finalmente – raccontarlo.

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