Le libertà negate al piccolo Jacopo, sottratto alla madre che un giudice vuole arrestare

Giada Giunti, vicepresidente Verità Altre e che combatte da tempo una battaglia per riavere il figlio, ha deciso di manifestare giorno e notte a Montecitorio.

La scelta fa seguito all’ultimo rigetto da parte della Corte d’appello, l’undicesimo in 2 anni e mezzo. Peraltro da giudici ricusati. Suo figlio Jacopo. chiede dal 2016 di poter ritornare a vivere con la sua mamma, ma la volontà  dell’ormai ragazzino di 15 anni continua a non essere ascoltata, come pure non vengono rispettate le normative, le procedure, le convenzioni europee.

Tutti i provvedimenti emessi dal 2015 sono viziati da nullità in quando il figlio non è stato ascoltato, e se la legge fosse stata applicata anche nel recente reclamo in appello, il figlio sarebbe dovuto tornare dalla mamma.

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Ad oggi la Giunti per presentare reclami e difese penali, ha subito anche la condanna al pagamento di circa 135.000 euro, più 25.000 euro di condanna alle spese temerarie. Sono stati bloccati i conti correnti e pignorato lo stipendio, per impedirle ogni tipo di difesa.

Il regime di “41 bis imposto a mio figlio con minacce e ritorsioni”

Nel 2011 il marito della Giunti incarica un’agenzia investigativa per seguire mamma e figlio. Nel dicembre 2014 in occasione della nomina del curatore speciale del piccolo Jacopo, e delle nomine dei due tutori del 2015, si sono susseguiti con costanza una sequenza di divieti imposti al giglio della Giunti “nella totale violazione di tutte le normative” spiega la mamma.

“Le figure istituzionali – aggiunge Giada – hanno stabilito che mio figlio non può partecipare ai tornei nazionali internazionali, la pratica sportiva agonistica” e la “pratica quotidiana è stata limitata a sole tre volte alla settimana per un’ora e 30 con il limite di non potersi neanche fare la doccia all’interno del circolo”. Divieti che impongono al giovane “l’impossibilità di recarsi alle gite scolastiche, di prendere lezioni di inglese, di partecipare alla festa di fine anno”.

Dalle registrazioni si sente il tutore dire:

“3 volte a settimana (solo per 1 ora) non è che non glielo faccio fare lo sport, non può essere il centro della sua vita, questo bambino deve fare altro, è eccessivo, come se la sua vita fosse solo quello. È tantissimo già. Negli ultimi 3 week end lei mi ha chiesto di tornare al club. La vita di prima lasciava perplessi, 5 volte a settimana al circolo non è possibile.”

Alle perplessità della madre del piccolo, il tutore risponde:

“È un problema di punti di vita, è innaturale che per voi è un problema che il sabato e la domenica non possa ritornare al circolo. Il club è il fulcro della vita di questo bambino non può essere, tutte le domeniche lei ha un motivo diverso di ritornare al club, vuol dire che quello è il centro…questa decisione l’ho portata al tribunale. Il torneo internazionale no, assolutamente no…non può essere il centro della sua vita, questo bambino deve fare altro, è eccessivo…la vita di prima lasciava perplessi…è innaturale che per voi è un problema che il sabato e la domenica non possa ritornare al circolo… non ci deve stare nemmeno due, tre ore ed il sabato e la domenica deve stare a casa con i propri genitori …”

Quando il piccolo Jacopo incontrava il tutore chiedeva il motivo per il quale non poteva entrare nel circolo e praticare sport.

Il CTU alle domande del piccolo non risponde:

“Vuoi andare un giorno più a settimana al circolo, vuoi andare o no, se no rimani così non c’è problema, , accontentiamoci di questo che mi sembra un’ottima cosa”. Jacopo piange. Il CTUaggiunge: “non voglio sentire polemiche”.

È stata annullata da parte delle figure istituzionali e del padre la predisposizione e la passione del piccolo J. per il suo sport per il quale ha dedicato i suoi primi anni di vita.

Una storia lunga 11 anni.

Di Antonio

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