Sanità abruzzese: due storie vere e la deriva silenziosa verso il modello americano
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Ci sono storie che non fanno rumore. Non finiscono nei titoli dei telegiornali, non generano indignazione a tempo determinato, non diventano slogan politici. Eppure raccontano molto più di mille comunicati stampa. Sono le storie quotidiane della sanità pubblica, quelle che emergono solo quando qualcuno decide di fermarsi, raccogliere documenti, date, referti, e ricostruire i fatti.

Le due vicende che raccontiamo in questo articolo riguardano la sanità abruzzese e, in particolare, il territorio coperto dalla ASL Lanciano‑Vasto‑Ortona. Due storie diverse, per età, contesto e percorso clinico, ma unite da un filo comune: la difficoltà crescente del sistema pubblico nel garantire continuità delle cure, tempi adeguati e una reale presa in carico del paziente.

Non si tratta di errori individuali né di accuse personali. Il punto è più profondo e riguarda la direzione che la sanità pubblica sta prendendo, spesso senza che il dibattito politico e mediatico ne prenda davvero atto.


Prima storia: quando l’emergenza sostituisce la cura

La prima vicenda riguarda una persona anziana affetta da insufficienza cardiaca legata a stenosi aortica severa, una patologia grave che richiede monitoraggio costante e un intervento risolutivo nei tempi corretti.

Per settimane i familiari attendono una chiamata per l’intervento. La situazione clinica è nota, documentata, ma la risposta non arriva. Alla fine, come spesso accade, è l’emergenza a rompere l’attesa: l’accesso al pronto soccorso dell’ospedale SS Annunziata di Chieti.

Il ricovero avviene con una diagnosi chiara: scompenso cardiaco in paziente con stenosi aortica severa. Il 3 maggio 2022 viene eseguita una valvuloplastica aortica, una procedura utile a stabilizzare temporaneamente il paziente, ma non risolutiva. La dimissione avviene dopo pochi giorni.

È qui che emerge uno dei nodi centrali della vicenda: il controllo previsto entro un mese non viene mai effettuato, nonostante i ripetuti solleciti dei familiari. La continuità assistenziale si interrompe. Il paziente resta formalmente seguito, ma di fatto lasciato senza un percorso definito.

Nel giro di meno di tre mesi, la situazione precipita. Nuovo ricovero per scompenso cardiaco acuto a Chieti, nuova dimissione. Poi un ulteriore accesso al pronto soccorso di Ortona, ancora una volta senza una soluzione definitiva.

A quel punto la famiglia prende una decisione drastica: portare il paziente fuori regione. Al San Raffaele di Milano, il 14 settembre 2022, viene eseguito un impianto di valvola aortica biologica per via transfemorale. L’intervento riesce perfettamente. Seguono settimane di riabilitazione e poi la dimissione.

Il problema di fondo viene risolto. Non perché fosse impossibile farlo prima, ma perché altrove il sistema riesce a programmare e accompagnare il paziente lungo tutto il percorso di cura.


Seconda storia: l’urgenza che può attendere

La seconda vicenda è apparentemente meno complessa, ma altrettanto significativa. Una persona riceve una prescrizione per un controllo urgente. Urgente significa tempi brevi, perché il ritardo può incidere sull’esito clinico.

La prenotazione avviene sempre all’interno della stessa ASL. La risposta è una data fissata a distanza di diversi mesi. Un paradosso che molti cittadini conoscono bene: l’urgenza certificata dal medico si scontra con un sistema incapace di rispondere.

La persona affida il proprio sfogo ai social, raccontando frustrazione, senso di abbandono e la paura che, nel frattempo, la situazione possa peggiorare. Non è un caso isolato, ma uno dei tanti episodi che emergono solo quando qualcuno decide di raccontarli pubblicamente.


Il contesto: responsabilità e organizzazione

Nel maggio 2022, periodo centrale della prima vicenda, la ASL Lanciano‑Vasto‑Ortona era guidata dal direttore generale Thomas Schael. Nello stesso periodo, la Cardiochirurgia dell’ospedale SS Annunziata di Chieti era diretta dal professor Umberto Benedetto, mentre l’UTIC era affidata al dottor Marcello Caputo, andato in pensione a giugno e successivamente sostituito dal dottor Zimarino.

Richiamare i ruoli non significa attribuire colpe personali, ma ricondurre i fatti a una responsabilità organizzativa. La sanità non è fatta solo di singoli atti clinici, ma di percorsi, coordinamento, programmazione e comunicazione.


La deriva verso il modello americano

Queste due storie raccontano qualcosa di più ampio. La sanità pubblica italiana, e quella abruzzese in particolare, sembra avviarsi verso un modello a più velocità, sempre più simile a quello statunitense.

Chi può pagare o spostarsi fuori regione accede alle cure nei tempi giusti. Chi non può resta in attesa. Le liste d’attesa diventano una forma di selezione indiretta. Non dichiarata, ma reale.

La politica fatica a dirlo apertamente. Forse perché ammetterlo significherebbe assumersi la responsabilità di una scelta strutturale. E l’informazione, sempre più omologata, raramente apre una riflessione di sistema, preferendo il racconto del singolo caso senza allargare lo sguardo.


Conclusione

Le storie che abbiamo raccontato non chiedono indignazione istantanea. Chiedono consapevolezza. Chiedono una discussione seria sul futuro della sanità pubblica e sul diritto alla cura.

Perché il vero rischio non è solo che la sanità cambi. È che cambi nel silenzio generale, mentre ci abituiamo all’idea che curarsi sia sempre più una questione di possibilità economiche e geografiche.

Raccontare queste storie significa, prima di tutto, rifiutare quel silenzio.

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