Strage di Capaci: istituzioni, ombre e verità nascoste nel 33° anniversario
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Il contesto e le istituzioni prima della strage

Il 23 maggio 1992 Cosa Nostra scatenò una vera e propria guerra allo Stato, facendo esplodere 500 kg di esplosivo sotto l’autostrada A29 nei pressi di Capaci (Palermo).

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In quell’attentato morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo (anch’ella magistrato) e tre agenti della scorta – Antonio MontinaroRocco Di Cillo e Vito Schifani – mentre altri 23 rimasero feriti. Falcone, già simbolo della lotta a Cosa Nostra, era allora in servizio al Ministero di Grazia e Giustizia, dove stava progettando nuovi strumenti contro le mafie. Eppure, negli anni e mesi precedenti, diverse vicende avevano evidenziato omissioni e sottovalutazioni istituzionali sulla sua protezione. Già nel 1984 il collega Paolo Borsellino – destinato anch’egli a cadere pochi mesi dopo Falcone – denunciava davanti alla Commissione Antimafia di doversi accontentare della scorta solo al mattino:

“Che senso ha essere accompagnato la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera?”. Borsellino lamentava la carenza di personale e mezzi, rivolgendosi ai parlamentari per ottenere aiuto, ma “la politica non lo ascoltò… salvo versare lacrime di coccodrillo dopo la strage di via D’Amelio”. Questa denuncia evidenzia la debolezza delle misure di sicurezza garantite ai magistrati anti-mafia negli anni ‘80: un problema grave rimasto in gran parte irrisolto fino alle tragiche conseguenze del 1992.

. In pratica Gioè aveva un piede nella mafia e uno nei servizi deviati, molto prima di divenire uno degli esecutori chiave della strage di Capaci. Tali legami gettano un’ombra sulla vigilia dell’attentato: mentre Falcone lavorava a Roma per riformare la legislazione antimafia, c’era forse chi – anche in apparati dello Stato deviati – tramava per fermarlo. Emblematico è il fatto che nel 1991 Falcone e altri magistrati incontrarono resistenze nell’indagare su Gladio, la rete segreta paramilitare: “Le resistenze erano talmente avvertite che Falcone disse: ‘Vi rimetto la delega, occupatevene voi’” ricorderà poi il magistrato Roberto Scarpinato, aggiungendo che Falcone dovette accontentarsi di esaminare in pochi giorni nei servizi segreti centinaia di fascicoli su Gladio. È in questo clima di segreti di Stato e sospetti che Falcone e Borsellino portarono avanti le loro inchieste, spesso isolati.

L’attentato di Capaci e lo shock per lo Stato

Alle 17:58 di sabato 23 maggio 1992 l’Italia intera fu scossa: sull’autostrada per Palermo un boato aprì una voragine di oltre 10 metri, scaraventando in aria auto blindate, alberi e asfalto. Il giudice Falcone, rientrato da Roma con un volo di linea pochi minuti prima, viaggiava verso casa con la scorta su tre Fiat Croma (una marrone, una bianca e una blu). All’altezza dello svincolo di Capaci, il mafioso Giovanni Brusca – appostato su una collinetta – azionò il detonatore remoto, innescando l’esplosione di circa 500 kg di tritolo collocati dentro un cunicolo di scolo sotto l’asfalto. L’onda d’urto fu devastante: l’auto di punta fu scaraventata oltre 90 metri lontano; la Croma bianca guidata da Falcone si schiantò contro il muro di detriti, il motore le piombò addosso.

Falcone e Morvillo, che non indossavano le cinture di sicurezza, vennero proiettati violentemente contro il parabrezza riportando ferite mortali. I tre agenti della prima auto morirono sul colpo, mentre gli occupanti della terza auto (Croma blu) rimasero feriti ma sopravvissero, così come una ventina di automobilisti di passaggio investiti dalla deflagrazione. Falcone spirò un’ora dopo in ospedale, Morvillo poco più tardi quella notte.

La strage di Capaci colpì il cuore delle istituzioni italiane come mai prima: uno dei più alti servitori dello Stato eliminato in stile terroristico-mafioso. I mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone esultarono alla notizia, ma ben altra fu la reazione della società civile. Nelle ore seguenti, migliaia di cittadini scesero in strada a Palermo e nel resto d’Italia, tra rabbia e sgomento. La coincidenza temporale aggravò lo shock istituzionale: proprio in quei giorni il Parlamento, riunito in seduta comune, stava eleggendo il nuovo Presidente della Repubblica.

Il candidato favorito era Giulio Andreotti, uomo-simbolo della politica democristiana in Sicilia; ma l’attentato – secondo alcuni collaboratori di giustizia – “danneggiò Andreotti” indirizzando i voti verso una figura percepita come più ferma nella legalità, il presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto due giorni dopo, il 25 maggio. Se l’interpretazione dei pentiti è corretta, la mafia volle deliberatamente influire sui vertici dello Stato scegliendo quel momento drammatico.

Il 25 maggio, mentre a Roma Scalfaro giurava come Capo dello Stato, Palermo si fermò per i funerali solenni delle vittime. Alla basilica di San Domenico partecipò una folla oceanica e commossa. Le immagini della giovane Rosaria Costa, vedova dell’agente Schifani, che dal pulpito con voce straziata dichiarava “io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio” rivolgendosi ai mafiosi, rimasero impresse nella coscienza nazionale. Altrettanto indelebili furono le scene di rabbia popolare all’arrivo delle autorità: esponenti politici di primo piano – dal presidente del Senato Giovanni Spadolini al ministro della Giustizia Claudio Martelli – vennero subissati da urla, insulti e persino lancio di monetine. Era il segno di una sfiducia profonda dei cittadini verso le istituzioni, accusate di non aver protetto abbastanza Falcone e di essersi accorte troppo tardi della gravità dell’emergenza mafiosa.

La reazione dello Stato: leggi speciali e primi processi

All’indomani di Capaci, lo Stato provò a reagire con fermezza. Il governo (guidato ad interim da Giuliano Amato dopo le elezioni di aprile ‘92) adottò subito provvedimenti d’emergenza: vennero rafforzate le misure di sicurezza per i magistrati (ad esempio l’uso di sirene e scorte fu esteso 24 ore su 24) e si predisposero nuove carcerazioni per i boss già detenuti. Paolo Borsellino, amico fraterno di Falcone, assunse temporaneamente la guida delle indagini a Caltanissetta sulla strage. Lo Stato volle dare un segnale di presenza inviando a Palermo uno dei magistrati più noti, Antonino Caponnetto (già capo del “pool antimafia” degli anni ‘80), incaricato di coordinare la reazione giudiziaria.

In Parlamento, intanto, si discutevano leggi più dure: fu anticipata l’entrata in vigore del 41-bis O.P., il regime carcerario speciale per mafiosi, per impedire comunicazioni tra boss detenuti e l’esterno; furono istituite la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e la Procura Nazionale Antimafia, strumenti a cui Falcone stesso aveva lavorato (non a caso definito dal ministro Martelli come “il Leonardo da Vinci” delle legislazioni antimafia). Tuttavia, mentre lo Stato appariva compatto nella condanna pubblica, dietro le quinte le dinamiche erano complesse: proprio Borsellino confidò a colleghi la sua crescente “diffidenza nei confronti di alcuni colleghi, a cominciare dal Procuratore di Palermo Pietro Giammanco”. Si trattava del capo dell’ufficio che – secondo molti PM palermitani – aveva isolato Falcone in vita e che ora, dopo Capaci, sembrava ostacolare una reazione investigativa incisiva.

Nei 57 giorni tra Capaci e la successiva strage di via D’Amelio, Borsellino lavorò instancabilmente e in segreto su più fronti: “stava conducendo indagini in gran segreto sulla morte di Falcone… Sugli allarmi ignorati che, forse, avrebbero potuto salvare le vittime”. Quegli “allarmi ignorati” emergono drammaticamente dalle parole consegnate pochi giorni dopo da alcuni magistrati al Consiglio Superiore della Magistratura: 

“I carabinieri avevano segnalato che si stava organizzando un attentato, sapevamo che era arrivato il tritolo, sapevamo che il prossimo della lista era Paolo Borsellino”, rivelò il PM Scarpinato riferendo le confidenze fatte in luglio al CSM. Nonostante ciò, Borsellino fu lasciato esposto al suo destino: “Borsellino è morto […] per l’incapacità di questo Stato di proteggere i servitori dello Stato” aggiunse Scarpinato, ricordando amaramente che era stato perfino abolito un importante presidio di sicurezza – “il servizio di elicotteri per sorvegliare le autostrade di Punta Raisi” – per risparmiare sui costi (4 milioni di lire a volo).

Falcone, apprese Borsellino, era rimasto “addolorato di questo fatto”: se quel servizio non fosse stato tagliato, forse i preparativi dell’attentato di Capaci (avvenuti nei giorni precedenti sul cavalcavia) sarebbero stati avvistati dall’alto e sventati. Questo dettaglio, emerso solo anni dopo grazie alla desecretazione delle testimonianze al CSM, conferma la grave sottovalutazione – o peggio – di settori dello Stato nel fronteggiare la strategia stragista dei corleonesi.

Sul piano giudiziario, le indagini sulla strage di Capaci fecero rapidi progressi nel colpire il fronte mafioso. Già nel 1993 vennero arrestati alcuni esecutori materiali, tra cui lo stesso Giovanni Brusca, poi divenuto collaboratore di giustizia. Il processo di primo grado (“Capaci uno”) si concluse il 26 settembre 1997 con 24 ergastoli ai principali responsabili mafiosi, tra cui i capi di Cosa Nostra Totò Riina e Bernardo Provenzano (già in carcere) e figure come Pietro Rampulla (l’artificiere che confezionò la bomba) e Michele Montagna (che procurò l’esplosivo).

In appello e Cassazione le condanne vennero confermate, rendendo definitiva la verità giudiziaria sul coinvolgimento della Cupola mafiosa: l’ordine di uccidere Falcone era stato deciso da Riina con il consenso della Commissione di Cosa Nostra già nel settembre 1991, come rappresaglia per le condanne del Maxiprocesso e come segnale di guerra allo Stato. Successivamente ulteriori processi (Capaci bis e Capaci ter) hanno condannato altri complici e gregari, ricostruendo l’intera filiera del commando. È emerso ad esempio che il giovane boss latitante Matteo Messina Denaro partecipò a quelle riunioni preparatorie e fu tra i mandanti delle stragi del 1992. Messina Denaro, sfuggito alla cattura per tre decenni, è stato arrestato solo nel gennaio 2023; ma già nel 2020 la Corte d’Assise di Caltanissetta lo aveva condannato in contumacia all’ergastolo per Capaci e via D’Amelio (sentenza confermata in appello nel luglio 2023, poche settimane dopo la sua cattura).

Parallelamente alla punizione dei mafiosi, la magistratura ha dovuto fare i conti con ombre e depistaggi nelle indagini sull’attentato gemello di via D’Amelio (19 luglio 1992, in cui morì Borsellino). In quel caso, un clamoroso errore giudiziario – la costruzione a tavolino di falsi colpevoli tramite un falso pentito, Vincenzo Scarantino – portò alla revisione dei processi dopo oltre 15 anni. Il cosiddetto “depistaggio Borsellino” è oggi accertato: alcuni investigatori manipolarono la pista per coprire i veri assassini, rallentando l’accertamento della verità.

Il fatto che pezzi delle istituzioni abbiano inquinato le indagini su via D’Amelio alimenta il sospetto che interessi occulti fossero in gioco anche attorno alla strage di Capaci. Nel 2013 la Procura di Caltanissetta ha archiviato l’inchiesta sui cosiddetti “mandanti esterni” per Capaci dichiarando ufficialmente che “non emergono soggetti esterni a Cosa Nostra” come mandanti. Sergio Lari, allora Procuratore di Caltanissetta, affermò però nella stessa sede: “Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa Nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell’eccidio di via D’Amelio”, pur ribadendo di non avere prove sufficienti per Capaci. Insomma, la porta sulle complicità esterne restava socchiusa.

Retroscena giudiziari e piste investigative alternative

Col passare degli anni, molte verità di secondo livello sono emerse dalle indagini e dai processi connessi alle stragi del 1992-93. Una delle vicende chiave è la cosiddetta “trattativa Stato–mafia”: l’ipotesi di un dialogo segreto avviato dopo Capaci tra esponenti delle istituzioni e boss mafiosi, per far cessare le stragi in cambio di concessioni. Secondo la ricostruzione dell’accusa, tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio alcuni ufficiali dei ROS (Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri) contattarono l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino per recapitare ai vertici di Cosa Nostra un “papello” di richieste, mirato a ottenere la fine della campagna stragista.

Nel 2018 la Corte d’Assise di Palermo ha emesso una sentenza storica riconoscendo responsabile di violenza o minaccia al corpo politico dello Stato sia mafiosi (come Riina e Leoluca Bagarella) sia uomini delle istituzioni (come l’ex senatore Marcello Dell’Utri e gli ufficiali Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno). Tuttavia, dopo un lungo iter, nel 2023 la Corte di Cassazione ha annullato quel verdetto, confermando l’assoluzione dei carabinieri del ROS e di Dell’Utri “per non aver commesso il fatto”, e dichiarando prescritte le condanne ai boss Bagarella e Antonino Cinà. La sentenza definitiva – che “demolisce l’impianto accusatorio” secondo l’ANSA – chiude giudiziariamente il caso, ma non dissipa le polemiche storiografiche e morali. Rimane infatti agli atti che contatti anomali tra Stato e mafia in quel periodo ci furono: la Corte ha semmai stabilito che non costituirono reato provato oltre ogni dubbio.

“Mafia e Appalti”

Un altro retroscena cruciale riguarda l’indagine “Mafia e Appalti”, un’inchiesta avviata nel 1990 dal ROS Carabinieri (cap. De Donno e col. Mori) sul intreccio tra Cosa Nostra, politica e grandi imprese negli appalti pubblici in Sicilia. Falcone e Borsellino conoscevano bene quel rapporto investigativo (consegnato alla Procura di Palermo nel febbraio 1991) e stavano approfondendo nomi e connivenze eccellenti. Non è un caso se alcuni collaboratori, come Angelo Siino(ex “ministro dei lavori pubblici” dei clan) e Giovanni Brusca, hanno indicato la pista mafia-appalti come movente delle uccisioni: determinati ambienti politico-imprenditoriali avevano tutto l’interesse a “evitare lo sviluppo delle indagini che i giudici Falcone e Borsellino stavano conducendo” su quel fronte.

Nel 2002 la Procura di Caltanissetta incriminò per concorso in strage alcuni costruttori (legati al gruppo Ferruzzi-Gardini e alla Calcestruzzi S.p.A.) sospettati di essere i mandanti occulti di Capaci in connessione al dossier “Mafia e Appalti”. Tuttavia l’anno seguente il GIP archivió il caso per insufficienza di prove concrete. Rimane, a livello storico, il forte indizio che Falcone e Borsellino furono eliminati anche perché stavano scoperchiando collegamenti scomodi tra mafia, affari e politica che avrebbero colpito interessi nazionali.

Sul fronte delle entità esterne alla mafia, negli anni sono affiorate figure ambigue e “presenze inquietanti”. Una di queste è il già citato Antonino Gioè, uno degli organizzatori di Capaci: le indagini successive hanno rivelato dettagli sorprendenti sul suo conto. Poche ore dopo l’esplosione di Capaci, Gioè effettuò ben tre telefonate internazionali – dirette verso un’utenza in Minnesota, USA – usando un apparecchio cellulare clonato i cui codici d’accesso provenivano da una centrale telefonica di Roma Nord, base di una struttura riservata dei servizi segreti.

Questo elemento, riferito in Commissione Antimafia dal PM Gianfranco Donadio e pubblicato da L’Espresso, suggerisce che Gioè stesse riferendo a qualcuno oltreoceano o in contatto con apparati: un comportamento improbabile per un mafioso comune. Inoltre, secondo il pentito Brusca, fu proprio Paolo Bellini – ex estremista neofascista con trascorsi da infiltrato – a suggerire a Gioè di spostare la strategia stragista al Nord contro monumenti e obiettivi artistici.

In effetti, dopo le stragi del ’92 in Sicilia, nel 1993 ci furono gli attentati ai patrimoni culturali a Firenze, Roma e Milano. Bellini è una figura emblematica di quelle zone grigie: già coinvolto negli anni ‘80 in tentativi d’infiltrazione nella mafia, recentemente (2022) è stato condannato all’ergastolo come coautore della strage di Firenze (via dei Georgofili). E proprio nel 2023 la Procura di Caltanissetta ha iscritto nel registro degli indagati Paolo Bellini per concorso nella strage di Capaci, dopo aver verificato che l’ex terrorista nero si trovava in Sicilia nei giorni dell’attentato (come attestato anche dalla ex moglie) ed era in contatto con Gioè per affari illeciti di opere d’arte trafugate. È un fatto significativo: a 30 anni di distanza, si torna a sondare l’ipotesi che ambienti dell’eversione neofascista possano aver avuto un ruolo di supporto nella stagione delle stragi mafiose.

Altre piste investigative hanno sfiorato personaggi dell’apparato statale deviato. Negli anni 2000 si è indagato sul presunto killer dal volto deturpato noto come “Faccia da Mostro”, indicato da alcuni pentiti (Lo Forte, Marullo) come presente sia all’Addaura che forse a Capaci e via D’Amelio. Nel 2009 la Direzione Nazionale Antimafia identificò Faccia da Mostro nell’ex poliziotto Giovanni Aiello, già operativo in Sicilia e sfigurato da un colpo di fucile. Aiello fu indagato per concorso nelle stragi e nell’attentato dell’Addaura, in quanto i collaboratori parlavano di un soggetto con quelle caratteristiche fisiche visto sui luoghi. Ancora una volta, però, l’inchiesta fu archiviata nel 2012 per mancanza di riscontri oggettivi, pur ammettendo il giudice che “molteplici circostanze inducono a identificare il soggetto di cui hanno parlato i collaboratori […] nell’odierno indagato”. Aiello è scomparso nel 2017 e con lui i suoi eventuali segreti.

Documenti desecretata

Oggi, a trentatré anni di distanza, nuovi documenti desecretati contribuiscono a illuminare questi retroscena. La Commissione Parlamentare Antimafia, sotto la presidenza di Nicola Morra (2018-2022), ha declassificato e reso pubblici oltre 1600 atti e audizioni riservate dal 1963 al 2001, inclusi verbali finora secretati sulle stragi. Grazie a questa operazione trasparenza, abbiamo potuto ascoltare le parole testuali di Paolo Borsellino nel 1984 sulla scorta insufficiente; oppure le deposizioni del luglio 1992 di magistrati come Scarpinato e Alfredo Morvillo, che raccontano il clima e le omissioni di quei giorni.

La Commissione Antimafia ha anche approfondito le lacune investigative rimaste: nella relazione finale della scorsa legislatura essa ha disposto l’acquisizione di atti su punti oscuri come “la presenza di soggetti esterni alla mafia durante la fase preparatoria della strage di Capaci” (emersa dalle dichiarazioni del pentito Gioacchino La Barbera), nonché “il sorvolo del teatro della strage da parte di un velivolo non identificato” segnalato da alcuni testimoni. Si tratta di spunti investigativi che indicano come la ricerca della verità completa su Capaci non sia affatto conclusa.

Ombre e memoria, 33 anni dopo

Il bilancio giudiziario della strage di Capaci registra decine di ergastoli definitivi per boss e gregari mafiosi, a conferma che Cosa Nostra fu la mano armata che eliminò Giovanni Falcone. Ma, come disse Morra in un’intervista, “gli esecutori materiali sono importanti, ma ancora più importanti sono i cervelli” dietro di essi. E questi “cervelli” potrebbero non essersi fermati ai vertici corleonesi. Le parole di Morra fanno eco al sospetto che “i cervelli [delle stragi] sono ipoteticamente pensati all’interno del Parlamento”, alludendo alla zona grigia di connivenze e complicità tra mafia e pezzi deviati dello Stato. Se le sentenze penali hanno finora escluso responsabilità esterne accertate per Capaci, la mole di indizi e “coincidenze” (dall’agenda rossa di Borsellino sparita, alle intercettazioni anomale, alle morti sospette come quella di Gioè) continua ad alimentare inquirenti e ricercatori.

Non fu solo mafia

Questa frase, spesso ripetuta nei convegni sulla stagione delle stragi, sintetizza il convincimento di molti studiosi che la strategia stragista del 1992-93 abbia oltrepassato i confini della semplice vendetta mafiosa. La mafia corleonese voleva “chiudere i conti” col suo nemico Falcone, ma così facendo – come scrisse Attilio Bolzoni – “cambiò la storia” d’Italia. Il 1992 segnò la fine della Prima Repubblica (travolta da Tangentopoli e da quei massacri), e in quella cesura c’è chi intravede regìe occulte interessate al ricambio di potere.

Non a caso, già nel 1993 la Procura di Caltanissetta aprì un’inchiesta sui possibili “mandanti occulti” di Capaci e via D’Amelio: vennero indagati sotto pseudonimo “Alfa” e “Beta” nientemeno che Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, sulla base di diverse testimonianze (Salvatore Cancemi, Tullio Cannella, Angelo Siino…) che riferivano di contatti tra ambienti mafiosi e la nascente galassia Fininvest. Nel 2002 quell’indagine fu archiviata per mancanza di riscontri oggettivi, pur riconoscendo “dati oggettivi” circa i rapporti tra Cosa Nostra e ambienti economici riconducibili agli indagati, che rendevano “non peregrine” le ipotesi accusatorie. Anche se Berlusconi e Dell’Utri non furono mai giudiziariamente coinvolti nelle stragi, resta agli atti che fin da subito si cercò la vera regìaoltre i mafiosi.

A 33 anni di distanza, commemorare la strage di Capaci significa onorare il sacrificio di Falcone, Morvillo e degli agenti, ma anche continuare a indagare con onestà sui troppi punti oscuri di quel periodo. Significa studiare i documenti ora accessibili – dalle audizioni desecretate alle carte dell’intelligence – e ascoltare le voci dei pochi testimoni rimasti. Significa fare tesoro delle parole di chi, come Paolo Borsellino, lanciò l’allarme inascoltato sulla sicurezza, e di chi, come Rosaria Costa, chiese giustizia e non vendetta.

Oggi la memoria di Capaci è affidata a iniziative come la Giornata della legalità del 23 maggio e a luoghi simbolo: il monumento sull’A29 che riporta i nomi delle vittime, l’“Albero Falcone”davanti alla casa palermitana del giudice, l’auto blindata squarciata esposta come monito. Ma la memoria autentica passa anche per la conoscenza integrale dei fatti. Solo continuando a scavare nelle zone d’ombra – come quelle che spesso raccontiamo su Zonedombratv – si potrà rendere piena giustizia alla verità storica. Falcone era solito ripetere: “Gli uomini passano, le idee restano”. L’idea che resta, a 33 anni da Capaci, è quella di uno Stato che non deve temere la verità, per scomoda che sia, e di una società civile che chiede alle istituzioni trasparenza, coraggio e memoria viva nella lotta contro tutte le mafie.

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