C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui la “terza pagina” o un fondo di prima pagina potevano far cadere un governo. Un tempo in cui l’editore era il grande burattinaio, colui che, muovendo le fila della carta stampata, dirigeva l’orchestra dell’opinione pubblica. Quel tempo è finito. Morto. Sepolto sotto tonnellate di carta invenduta e feed di social media che scorrono all’infinito.
Oggi ci troviamo di fronte a un paradosso esistenziale che attraversa l’editoria italiana, da sinistra a destra, da John Elkann ad Antonio Angelucci: a che pro mantenere in vita macchine editoriali costose, elefantiache e perennemente in perdita, se non sono più in grado di dirigere le opinioni?
La risposta non è nobile. Non riguarda la libertà di stampa, né il diritto dei cittadini a essere informati. Riguarda il potere, o meglio, ciò che ne rimane. Riguarda la protezione di altri affari, ben più lucrosi. Ma andiamo con ordine, perché i numeri che stiamo per analizzare raccontano la storia di un sistema al collasso, dove i “professionisti dell’informazione” sono diventati cortigiani disarmati e i veri affari si fanno altrove, magari in Lussemburgo.
La fine dell’autorevolezza: dai Cortigiani ai Creator
Il primo dato di fatto è sociologico prima che economico. La polarizzazione dell’informazione, perseguita scientificamente nell’ultimo ventennio (con Repubblica capofila di una certa sinistra salottiera e i giornali di destra a fare da contraltare urlato), ha rotto il giocattolo.
Il lettore, oggi diventato utente-elettore consapevole, ha mangiato la foglia. Quei giornalisti che si auto-percepivano come fari di civiltà, dispensatori di verità rivelate dall’alto delle loro scrivanie, sono stati percepiti per quello che spesso erano diventati: cortigiani da salotto. Lontani dalla realtà, arroccati in redazioni che non somigliano più al Paese reale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’autorevolezza si è spostata. Oggi, un singolo approfondimento di un influencer o di un creator indipendente su TikTok o YouTube è capace di generare numeri complessivi ben superiori alla tiratura totale giornaliera di un quotidiano nazionale. La gente cerca notizie altrove. Cerca trasparenza, cerca un linguaggio diretto, cerca fonti che non abbiano padroni visibili alle spalle.
Rimane, certo, l’enorme problema della media literacy, la capacità di analizzare e comprendere le fonti. Ma questo è un tema educativo. Il tema industriale è che l’intermediazione giornalistica classica è fallita. E se l’influenza è svanita, perché l’editore continua a pagare?
Gedi e la Grande Fuga di Elkann
Prendiamo il caso del Gruppo Gedi. John Elkann, erede della dinastia Agnelli, si trova tra le mani un impero di carta che si sgretola. La Repubblica, un tempo corazzata invincibile, è oggi una nave che imbarca acqua. La strategia sembra essere una sola: vendere. Trovare acquirenti. Liberarsi della zavorra.
I numeri delle vendite in edicola sono impietosi, crollati drasticamente. Gli abbonamenti digitali, sbandierati come la salvezza, non coprono i costi strutturali di redazioni pensate per il Novecento. La vendita del Secolo XIX e le voci ricorrenti sulla cessione di Repubblica stessa sono i segnali di fumo di un incendio indomabile. Elkann, uomo di finanza globale, sa fare i conti: se lo strumento non serve più a influenzare la politica (che ormai si fa su Instagram e X) e perde soldi, va tagliato.
Ma se a Torino piangono, a Roma – sponda Angelucci – la situazione è ancora più complessa e, per certi versi, inquietante.
L’Impero Angelucci: il Re delle Cliniche e i giornali in rosso
Antonio Angelucci, detto Tonino. Classe 1944, ex portantino del San Camillo diventato uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia. Re delle cliniche private, deputato alla sua quarta legislatura (oggi con la Lega), recordman indiscusso di assenteismo. Nel 2025, come certificato da Il Fatto Quotidiano, non ha mai partecipato alle votazioni in aula. Mai.
Eppure, Angelucci continua a comprare giornali. Nel suo portafoglio ci sono Libero, Il Tempo e Il Giornale. Una concentrazione di testate di destra che farebbe pensare a un progetto politico egemonico. Ma se guardiamo i bilanci, troviamo solo macerie.
I giornali, per Angelucci, non sono un business. Sono una perdita secca. Il Tempo ha chiuso il bilancio 2024 con una perdita netta di 1,21 milioni di euro. Il Giornale, dove è appena arrivato Tommaso Cerno alla direzione, ha chiuso il 2024 con un rosso di 3,7 milioni di euro, nonostante l’iscrizione di contributi pubblici. Libero? Si salva per miracolo, chiudendo in utile di appena 100mila euro, ma solo grazie a una pioggia di soldi statali: ha iscritto a bilancio 2 milioni di contributi per l’editoria, incassandone effettivamente 5,5 milioni. Senza l’aiuto pubblico, sarebbe un bagno di sangue.
E qui casca l’asino. O meglio, il collaboratore. Mentre si incassano milioni dallo Stato, la qualità dell’informazione viene prezzata al ribasso. Angelucci è noto per essere l’editore che paga i collaboratori esterni, i giornalisti che dovrebbero produrre i contenuti, cifre irrisorie. Si parla di tre euro ad articolo. Meno di un panino. È questa la considerazione che si ha dell’informazione? Evidentemente sì. Perché l’obiettivo non è il giornalismo. L’obiettivo è “lubrificare gli affari”.
Il meccanismo: Sanità Pubblica, Profitti Privati
Per capire perché Angelucci si tiene i giornali, bisogna guardare da dove arrivano i soldi veri. E i soldi veri arrivano dalle cliniche. Il gruppo si divide in due grandi tronconi, formalmente indipendenti ma economicamente legati a doppio filo: la San Raffaele Spa (sanità) e la Finanziaria Tosinvest (immobili, servizi e giornali).
La San Raffaele è la gallina dalle uova d’oro. Proprietaria di 23 strutture sanitarie con 3.100 posti letto, concentrati nel Lazio ma presenti anche in Puglia, Abruzzo, Basilicata e Sardegna. Da dove arrivano i ricavi della San Raffaele? Dallo Stato. Attraverso il Servizio Sanitario Nazionale. Alcune stime dicono che il 90% del fatturato sia denaro pubblico. Il grosso dei flussi passa dalla Regione Lazio, oggi guidata da Francesco Rocca. Un dettaglio non da poco: Rocca, prima di essere eletto nel 2023, sedeva nel Cda della Fondazione San Raffaele degli Angelucci. Porte girevoli? A voi il giudizio. Nel bilancio 2024, la San Raffaele ha persino iscritto proventi per 5,7 milioni come “contributi una tantum” dalla Regione per l’emergenza Covid del 2021.
Ecco il quadro: la sanità produce cassa. Tanta cassa. La San Raffaele ha una posizione finanziaria netta positiva per 112,7 milioni. Dall’altra parte c’è la Tosinvest (i giornali e gli immobili), che invece annega nei debiti. Tosinvest ha debiti finanziari netti per 168,2 milioni. Chi paga questi debiti? Indovinate. Tra i debiti di Tosinvest ci sono ben 168,4 milioni verso la San Raffaele. Sono anticipazioni fatte dalla società sanitaria per “ottimizzare i flussi di cassa”. In parole povere: i profitti fatti con la salute pubblica vengono usati per tenere in piedi, tra le altre cose, i giornali in perdita e gli affari immobiliari.
Lussemburgo Connection: Le scatole cinesi
Se il quadro vi sembra già abbastanza torbido, aspettate di vedere dove finisce la testa del serpente. Perché non c’è piena trasparenza sui conti della famiglia Angelucci? Perché non esiste un unico bilancio consolidato? Semplice: perché la catena di controllo porta dritta in Lussemburgo, nel regno del segreto societario.
Tosinvest Spa possiede l’1,6% di San Raffaele Spa. E il restante 98,4%? Appartiene alla Three Sa, una società anonima lussemburghese. Ma non finisce qui. La Three Sa possiede anche il 93,65% di Tosinvest. È un incrocio perfetto. E chi possiede la Three Sa? Un’altra società lussemburghese, la Lantigos Sca. Scatole cinesi. Schermi societari che rendono difficile, se non impossibile, capire chi siano i veri beneficiari ultimi e come girino esattamente i capitali.
Perché un gruppo che vive di fondi pubblici italiani (sanità) e di influenza politica italiana (giornali e parlamento) deve avere la testa in una società anonima nel Granducato? È un meccanismo che abbiamo già visto, ad esempio, indagando sul gruppo Pierangelo in Abruzzo. La sanità privata italiana sembra avere una passione per l’esterovestizione societaria.
Il declino del Re
Eppure, nonostante questo castello ingegneristico, anche per Angelucci gli affari rallentano. L’utile netto aggregato del gruppo è in calo: dai 20,8 milioni del 2022 ai 13,5 milioni del 2024. Un calo dei profitti del 35% in due anni. Lo stesso reddito personale di Tonino Angelucci ne ha risentito pesantemente. Nella dichiarazione dei redditi 2024, il suo imponibile è crollato a 1.887.575 euro, segnando un -60% rispetto ai 4,77 milioni dell’anno precedente. Non è più il più ricco del Parlamento (superato da Giulia Bongiorno e Giulio Tremonti), e le sue famose Ferrari non si vedono più sfrecciare verso Montecitorio.
Torniamo all’inizio.
Perché Elkann e Angelucci continuano? Per Elkann è una dismissione lenta, un tentativo di salvare il salvabile di un potere che fu. Per Angelucci, i giornali sembrano essere l’assicurazione sulla vita per le cliniche. Un’arma di deterrenza. Un modo per avere voce in capitolo, per sedere ai tavoli che contano, per proteggere quel flusso di denaro pubblico che dalla Regione finisce nelle casse della San Raffaele e poi, via prestiti infragruppo, copre i buchi di bilancio e vola verso il Lussemburgo.
Ma è un gioco pericoloso. I giornali sono letti da sempre meno persone. L’influenza è ai minimi storici. Pagare i giornalisti 3 euro è l’ultimo sberleffo a una professione morente. Siamo di fronte a zombie editoriali. Camminano, stampano, occupano le edicole, ma sono morti. E l’odore dei soldi bruciati inizia a sentirsi forte.